Dalla Finanza al Lodo Alfano: il dialogo Berlusconi – Lavitola

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Il lodo Alfano e i “fascisti” di Fini, Napolitano che non firma, la corsa alla prescrizione, il generale da promuovere e i soldi per L’Avanti… Ecco l’intercettazione integrale di una telefonata tra Berlusconi e Lavitola:

Il direttore dell’Avanti chiama il premier e gli suggerisce strategie politiche, gli raccomanda il generale Spaziante delle Fiamme Gialle e chiede fondi per il suo giornale
di GIUSEPPE CAPORALE

MARINELLA…  buondì. Ci riesco a parlare un minuto per sta storia del generale?”. Valter Lavitola, pochi giorni dopo il pronunciamento negativo della corte costituzionale sul lodo Alfano – che avrebbe bloccato tutti i processi a carico del premier – chiama Silvio Berlusconi. Sono le otto di mattina di metà ottobre del 2009 e l’umore del presidente del Consiglio è pessimo: “pronto…”. “Presidente come sta…” chiede Lavitola preoccupato. E Berlusconi risponde: “come sto… Ho tutti contro, ed in più c’ho una cosa che pende sulla testa di 750 milioni e dall’altra parte c’ho dei giudici che mi odiano che sono dei criminali del palazzo di giustizia di Milano. Hanno già ricominciato a muoversi con la corte costituzionale che gli ha dato il via libera per tornare alla caccia all’uomo”.

Lodo Alfano. Con la sentenza che ha stabilito l’incostituzionalità del lodo Alfano, i processi e le inchieste sul premier non possono essere sospese e la preoccupazione nella conversazione è palpabile. “Presidente, se mi permette di dire la mia… Prima di tutto tenga presente che chi le vuole bene in questo momento le si stringe ancora di più, e quindi lei può fare la conta meglio delle altre volte… sommessamente poi… sono due giorni che penso a sta cosa notte e giorno… – Lavitola lancia una proposta: che
ci si perde se si presenta di nuovo la norma (il lodo Alfano, ndr) così come sta… senza andare poi a fare una legge costituzionale. Così com’è… con qualche modifica del caso. Si riapprova… a questo punto devono sospendere tutto, rimandando poi al parere della corte costituzionale… nel frattempo ci mettono due tre mesi… ci sono le prescrizioni e sia avvia allo stesso tempo una legge costituzionale. Si ripresenta tale e quale il Lodo Alfano…”.
Berlusconi: “non ho una maggioranza così completa… Non me lo approvano i fascisti. Fini non ci sta…”.
Lavitola: “Fini non ci sta? Lui su questo ci sta… Altrimenti qui rischia di scoppiare tutto… Mica è scemo veramente questo. Mica è scemo?
Berlusconi: “non credo che in parlamento si possa ripresentare la stessa legge…”.
Lavitola: “ma lei non la ripresenta identica con qualche modifica… così si riblocca tutto e nei tre mesi arriva la prescrizione e chi se ne frega…”.
E ancora Lavitola: “questi (i giudici, ndr) stanno sparando alla testa, mica stanno sparando al petto… Fini mica ci può non stare… mica è matto… qua se salta tutto il primo che poi macellano è lui”.
Berlusconi: “ma non ce lo firma il presidente della Repubblica…” e poi “politicamente non è possibile farlo…”.
Lavitola risponde: “tanto politicamente peggio di come stiamo che ci possono fare…”.
“Ci pensiamo…” taglia corto Berlusconi. E a quel punto il faccendiere arriva al motivo della telefonata: “la faccenda del generale“.

Il generale della Gdf. Lavitola: “Senta, le volevo dire io, guardi che di quella questione di cui le venni a parlare, siccome lei mi autorizzò a parlarne con l’interessato… si ricorda la faccenda di quel generale?”
Berlusconi: “sì… sì… che lui si proponeva… no?”.
Lavitola: “Ma non per fare il numero uno… per fare una mediazione e lui fare il numero due. La mediazione la sta facendo il ministro ed è quasi fatta, lei mi autorizzò a parlargliene. Lui mi ha detto che teneva tutto fermo fino a quando lei non si muoveva…”. La frase apre squarci inquietanti. Il generale Spaziante appena due mesi fa è stato ascoltato dalla Procura di Napoli per la vicenda P4 e per le “soffiate” degli alti ufficiali a Lugi Bisignani.

Continua Lavitola parlando del generale in questione: “là si rischia il caso che da persone amiche, amiche, amiche… rischiamo che quanto meno che gli diventiamo antipatici?“.
Berlusconi: “Mmm… allora lo devo…“.
Lavitola: “Lo deve chiamare subito… perché se noi i problemi non li risolviamo alla base…”. Berlusconi: “gli fissiamo un appuntamento…“.
Lavitola: “A breve giro“.
Berlusconi non ricorda il nome del generale: “lui si chiama? Spaziante?“.
Lavitola: “Sì, sì… ha tutto Marinella. Se lei se lo facesse chiamare subito, io sto andando adesso ad un appuntamento. Sto cercando di tenerli per i capelli. Sono tornato ieri dal Brasile“.
Berlusconi: “Va bene
Lavitola: “Ci posso contare dottore…”. Berlusconi:Sì, sì va bene“.

Fondi per l’Avanti. E poi Lavitola chiede aiuto per i fondi per l’editoria (di competenza proprio della presidenza del consiglio dei ministri).
Lavitola: un’ultima cosa… Io ho mandato un appunto a Marinella dove anche sul finanziamento all’editoria Tremonti…. La sa tutta bene Bonaiuti la cosa… Tremonti ha detto che non concede questi soldi che già ci sono per legge… approvata in parlamento… se non ci parla lei… Marinella ha l’appunto…“.
Berlusconi: “E’ solo nei confronti del tuo giornale?“.
Lavitola: “Non è solo nei confronti del mio giornale… il mio giornale ovviamente salta… ma c’è anche Libero… ma ci sono anche gli altri giornali che pigliano il finanziamento pubblico… anche quelli della sinistra”.
Berlusconi: “va bene…“.
Lavitola: “Marinella ha l’appunto. Se ci parla lei… Tenga presente che vanno disoccupati altri tremila giornalisti. In questo momento questo (Tremonti, ndr) fa un disastro“.
Berlusconi: “va bene, va bene…“.
Lavitola: “dottore ci pensa a quella storia della legge sul Lodo (Alfano, ndr)“.
Berlusconi: “sì, sì… va bene!“.
Lavitola: “un bacione, stia su“.
Berlusconi: “Grazie, grazie mille…“.
Lavitola: “stia su, stia su dottore…“.
Berlusconi: “ciao“.

(16 settembre 2011)

Fonte: tv.repubblica.it

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Arrestato il boss Antonio Iovine

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L'immagine, presa dal sito internet della Polizia di Stato, mostra Antonio Iovine.Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi 17 novembre 2010 dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni  ANSA/POLIZIA DI STATO

L'immagine, presa dal sito internet della Polizia di Stato, mostra Antonio Iovine.Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi 17 novembre 2010 dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni ANSA/POLIZIA DI STATO

(17 novembre 2010)
Arrestato il boss Antonio Iovine
È uno dei capi storici dei Casalesi. Era latitante da oltre 14 anni. Applauso dei poliziotti all’arrivo in Questura.
Il ministro Maroni: «questa è l’antimafia dei fatti»

CASERTA – Ha tentato di fuggire dal terrazzo. L’ultimo, disperato tentativo. La lunga latitanza di Antonio Iovine è però finita. Il boss della camorra, considerato uno dei criminali più pericolosi dal Viminale,
è stato arrestato a Casal di Principe. Il blitz della Squadra Mobile di Napoli ha avuto successo: Iovine, che non era armato, alla fine non ha opposto alcuna resistenza. L’abitazione in cui è stato individuato era di un suo conoscente,
e la cattura è stata possibile grazie a pedinamenti e accertamenti su parenti e fedelissimi del latitante.
Gli inquirenti si sono messi subito alla ricerca di eventuali armi e documenti che potrebbero tornare utili
per le indagini sulla potente cosca dei Casalesi. Iovine è stato poi trasportato a bordo di una Mercedes
in Questura a Napoli dove è arrivato alle 16,48. Era sorridente.
Il boss è stato fatto salire al secondo piano dai garage, mentre applausi e urla di soddisfazione da parte poliziotti risuonavano nei corridoi. Qualcuno applaudiva anche dalle finestre.

LE REAZIONI – «Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia, tra pochi minuti vedrete…»
aveva affermato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, conversando con i giornalisti a Montecitorio, appena pochi minuti prima che arrivasse l’annuncio dell’arresto del boss. Poi. dopo l’ufficialità dell’arresto,
il suo commento, legato anche alla polemica aperta con Saviano: Questa è l’antimafia dei fatti.
Tutto il tresto non mi tocca».
«È un giorno felice – ha confermato il procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore – anche perché l’operazione dimostra che forze dell’ordine e Dda di Napoli riescono a  ottenere importantirisultati sul territorio. Iovine – ha proseguito – era uno dei due latitanti più importanti dei Casalesi, l’altro è Michele Zagaria. Ora ci resta da arrestare anche lui». «Firmerò subito la richiesta di 41 bis» ha annunciato dal canto suo il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Questa è una ulteriore conferma – aggiunge – che la squadra Stato vince e l’antimafia giocata batte quella parlata». L’arresto di Iovine è la migliore risposta a tante chiacchiere».

SAVIANO – Sull’arresto del boss dei casalesi è intervenuto anche lo scrittore Roberto Saviano in questi giorni sotto i riflettori per la trasmissione televisiva che conduce con Fabio Fazio e per la polemica che l’oppone a Maroni a seguito delle dichiarazioni rilasciate prima in tv e poi in un’intervista: «Aspettavo questo giorno da quattordici anni. L’arresto di Antonio Iovine , rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata. Iovine è un boss imprenditore, in grado di gestire centinaia di milioni di euro. Ora – continua Saviano – spero che si possa fare pulizia a 360 gradi. Come dimostrato dalla relazione della Dia di oggi, bisogna aggredire il cuore dell’economia criminale, la Lombardia, dove le mafie fanno affari e influenzano la vita economica, sociale e politica».

CHI ÈAntonio Iovine, detto O’ninno, era nella lista del Viminale dei 30 latitanti più pericolosi, assieme – tra gli altri – a Matteo Messina Denaro, numero uno di Cosa Nostra, e Michele Zagaria, dei Casalesi. Quarantasei anni, nativo di San Cipriano d’Aversa (Caserta), Iovine deve scontare la pena dell’ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Componente con Zagaria della diarchia che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine è considerato il ‘boss manager’, la mente affaristica del sodalizio impegnato tra le altre attività anche nel business della spazzatura. A lui viene attribuita la capacità del clan di espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. È Iovine, per gli inquirenti, a rappresentare per anni la camorra che fa affari e che ricicla i proventi delle attività illecite, droga e racket su tutte, nell’economia pulita e nel business del cemento fino a costruire l’impero di ‘Gomorra’, come testimoniato dai continui sequestri di beni disposti da parte della magistratura.

17 novembre 2010

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N.B.: proprietà e diritti articolo http://www.corriere.it/

In ricordo di Simonetta Lamberti

Troppe vittime innocenti vengono presto dimenticate: mia sorella è stata uccisa a 11 anni, senza un xkè…io nonh l’ho mai potuta conoscere, nè ho potuto fare qualcosa x Lei. Quello ke sento di dover fare, con tutte le mie forze, è non xmettere ke la sua/nostra tragedia resti ancora nell’oblio…. tutti devono ricordare, tutti devono “conoscerla”..XKè RICORDARE è UN DOVERE DI TUTTI….
Serena Lamberti

Simonetta Lamberti

Simonetta Lamberti (1972 – Cava de’ Tirreni, 29 maggio 1982)
era una bambina di 10 anni uccisa casualmente da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina, con il quale stava rincasando in auto a Cava de’ Tirreni.
È ricordata come la prima di una serie di bambini vittime innocenti, uccisi per caso (in genere da proiettili vaganti) o per particolare crudeltà durante le guerre di camorra degli anni ’80,
e l’acuta impressione generata dall’evento fu subito simboleggiata da un monumento eretto in suo onore a Cava de’ Tirreni pochissimo tempo dopo i fatti.
Il monumento, un cippo marmoreo spezzato realizzato grazie ad una spontanea seguitissima sottoscrizione della cittadinanza, fu in seguito rimosso a causa dei lavori per alcune opere pubbliche e solo dopo circa dieci anni fu possibile ripristinarlo.
Simonetta Lamberti
A Simonetta Lamberti è intitolato lo stadio di Cava de’ Tirreni.
Alla memoria di Simonetta sono state dedicate anche diverse iniziative, fra le quali seminari di studi per magistrati.
Lo scrittore Roberto Saviano ha indicato in Raffaele Cutolo il mandante dell’omicidio. Dal carcere di Novara,
in cui è rinchiuso.

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* Realizzazione e proprietà video: Paolo Piscone.

Como, proteste contro il mafioso Dell’Utri

Antimafia TV

(30/08/2010)
Fuori la mafia dallo Stato”. A Como Dell’Utri contestato, abbandona il palco.
Il senatore azzurro era ospite del Parolario. Il suo intervento doveva ruotare attorno ai presunti diari di Mussolini.
Gran pieno di pubblico, dentro e fuori il tendone nel centro di Como dove Marcello Dell’Utri avrebbe dovuto parlare dei suoi, probabilmente falsi, diari del Duce. Erano tutti lì per lui. Ma non tutti per ascoltarlo.
Alcuni, giovanissimi, erano arrivati perché avevano visto su Facebook il gruppo “No a Dell’Utri a ParoLario”. Massimo e i suoi amici avevano mandato una pioggia di email e avevano autoprodotto un po’ di volantini, piccolissimi, su cui era riportata la parte finale della condanna a Dell’Utri in appello, a sette anni per “concorso nelle attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra”.
Armando Torno, giornalista, saggista e amico del senatore Pdl, ha preso la parola in perfetto orario. Ma quando ha passato la parola, è partito il primo intervento non programmato dal pubblico: “Ma vi sembra giusto aver invitato qui un condannato in appello a sette anni per mafia?”. Si scatena un applauso e poi cori, slogan, canti che si fermeranno solo mezz’ora più tardi, quando Dell’Utri, sconfitto, scende dal palco e se ne va.
Como "parolario" Dell'Utri contestazione - diari Mussolini
Doveva essere uno dei tanti incontri di fine estate in riva al lago di Como, organizzato dall’associazione “ParoLario”. Invece si è tramutato in una clamorosa sconfitta per il senatore. Subito sette ragazzi del gruppo Facebook si sono schierati: avevano indossato magliette bianche su cui avevano scritto, con il nastro adesivo nero, una sola lettera dell’alfabeto. Ma visti insieme, componevano una parola: Mafioso.
Fermàti e identificati, insieme a un amico colpevole di avere indosso una maglietta rossa.
Un altro gruppo di ragazzi stende il suo striscione: Marcello, baciamo le mani.
Un ragazzo intanto si è fatto sotto il palco sventolando un libro che voleva regalare al senatore:
Dossier Mangano
 (Kaos editore). L’Anpi (l’associazione nazionale partigiani) di Como distribuiva un volantino in cui criticava la scelta di “aver invitato un condannato per mafia, noto per le sue numerose dichiarazioni a sostegno del fascismo e di Mussolini”.

IL SENATORE MARCELLO DELL'UTRI LASCIA LA FIERA DEL LIBRO PAROLARIO SCORTATO DALLA POLIZIA E CONTESTATO DA NUMEROSE PERSONE. IL SENATORE AVREBBE DOVUTO LEGGERE ALCUNE PAGINE DEI DIARI DI MUSSOLINI IN SUO POSSESSO E CHE PROSSIMAMENTE SARANNO EDITI DA BOMPIANI
Il locale Comitato per la difesa della Costituzione, invece, nel suo volantino non lo nominava neppure, Dell’Utri, ma faceva un elenco dei morti ammazzati, da Giorgio Ambrosoli a Carlo Alberto Dalla Chiesa, contrapposti al mafioso Vittorio Mangano, sotto il titoloFelice il popolo che non ha bisogno di eroi”. Qualcuno di Rifondazione comunista fa partire il coro: “Bella ciao”, che unisce giovani e vecchi, antimafiosi e antifascisti.
Stupiti loro stessi di essere così tanti. Rigorosi ma pacifici. Nessun gruppo organizzato da catalogare come “estremisti dei centri sociali”, solo ragazze e ragazzi in t-shirt e canottierina, o cittadini più maturi, sorridenti e felici, per questo pomeriggio di sole in riva al lago di Como.

Da Il Fatto Quotidiano del 31 agosto 2010
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Caccia a Roberto Saviano

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Lo scrittore: la Lega disattenta sull’ndrangheta al Nord. Il Carroccio insorge:”Antimafioso a pagamento”
Due milioni e mezzo di copie dopo, nulla è illuminato. Una vita a metà, gli spostamenti segreti, la cattività per difendersi dalla cattiveria. Tutto in un’intervista per raccontarsi e trasmettere a chi saprà capire, cosa significhi essere Roberto Saviano. Vanity Fair, archiviato il grottesco esperimento di Max (lo scrittore morto sul lettino di un obitorio) gli dedica la copertina senza giochi di prestigio. E lui risponde, descrivendo l’allegria perduta, l’inatteso successo, il rimpianto ingabbiato in un meccanismo irreversibile.

Non posso più incontrare mio fratello all’aria aperta perché non si sappia che faccia abbia. Gomorra, la sua famiglia e un giovane Icaro con la penna che spicca il volo e poi, precipita, confessando la stanchezza per un’identificazione assoluta che superato il confine, non permette più sdoppiamenti. E’ un libro che non rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se le dicessi che lo amo. Perchè mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore. A centomila copie ero felicissimo, mi pubblicano importanti case editrici straniere e mia madre dice che in quei giorni sembrava che volassi, ma io non mi ricordo niente. Volevo comprare con mio fratello una moto, lo sognavamo da tempo. Poi arrivano la scorta, le minacce. Io volevo essere quello di prima. Mi è scoppiato tutto in mano. E tra le dita, pare di capire, sono scivolate soprattutto le naturali inclinazioni di un ragazzo di quell’età. La libertà, tra una conferenza e l’altra è un vetro fumè, un’auto blindata, lo stillicidio quotidiano di accuse e controaccuse, servizio che storicamente il Paese ama offrire a chi senza preavviso, ottiene riconoscimenti e attenzione facendo un giro dalle parti della verità.

Più in là, un complicato rapporto di equilibrio non risolto, criticato e fitto di dubbi e tormenti con Mondadori, la casa editrice del Premier e presieduta da sua figlia Marina: “Resterò in Mondadori e Einaudi fino a quando le condizioni di libertà saranno garantite fino in fondo, anche per non lasciare alla proprietà di decidere i libri e le prospettive culturali di una casa editrice che ha una storia gloriosa. E’ ovvio che dopo l’attacco di Marina Berlusconi per me molto è cambiato. Devo valutare molti fattori: quanto la proprietà incide sulle scelte, quanto permetterà ancora che ci sia libertà e su alcuni libri si possa continuare a puntare. Marina Berlusconi dice che non si dovrebbero più scrivere libri ‘che danno quest’immagine dell’Italia’. Allora, forse, non ha letto Gomorra. Lì ci sono storie di resistenza, soprattutto. Se stiamo zitti, diamo una cattiva immagine del Paese. Un giorno mi piacerebbe spiegarle che raccontare del potere criminale ha significato dire al mondo che non siamo un Paese di omertosi. E che il miglior apporto che si possa dare a un Paese è quello di non nascondere i propri problemi”.

Con replica di Marina B. che dice di aver letto Gomorra, apprezzandolo: Saviano riapre a sorpresa una polemica sopita tirandomi in ballo. La mia famiglia controlla la principale casa editrice italiana da vent’anni, e, anche se Saviano evoca inesistenti quanto impossibili contrapposizioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, e’ esattamente quello che abbiamo sempre voluto che fosse: e’ la migliore e la piu’ concreta dimostrazione di come noi Berlusconi intendiamo e interpretiamo il mestiere dell’editore.

Oltre la querelle editoriale, l’intervista libera anche Il disprezzo denigratorio della politica. A scatenare il risentimento, la valutazione di Saviano sullo iato tra intenzione e azione: La Lega ci ha sempre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia racconta una realta’ diversa, per giungere poi alla conseguenza logica: Dov’era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde? Roberto Castelli, spalleggiato da Borghezio, brucia tutti. Il vice ministro ai Trasporti dopo essersi lodevolmente diviso nell’ultimo ventennio tra tentativi di espulsione dei giornalisti sgraditi dal ristorante della Camera (Frasca Polara dell’Unità), difesa del turpiloquio del suo capo e giuramenti alla bandiera, non usa perifrasi: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti”. Per poi proseguire ammantando di gloria l’epopea leghista, tra le battaglie contro i clan della ‘ndrangheta a Lecco (dove recentemente, da candidato sindaco, Castelli ha constatato il deciso rifiuto del suo popolo a eleggerlo) e insistendo sul dato economico: “Non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi. Infine un invito: vediamo che continua a fare pubblicità al suo libro. La smetta, perché gli antimafia a pagamento sono sempre meno credibili”.

Di qui, a cascata, la difesa di De Magistris dell’Idv: La Lega in Parlamento mai ha fatto e farà mancare il voto a provvedimenti criminogeni come processo breve, ddl intercettazioni, revisione delle norme sui pentiti. Mentre il ministro Maroni ha introdotto la possibilità di vendere all’asta i beni confiscati alle mafie assestando, anche dal punto di vista simbolico, un colpo mortale alla lotta contro il crimine organizzato e di Veltroni:Attacchi vergognosi. Ammesso che qualcuno, in questa distratta alba agostana, si vergogni veramente.

(Fonte articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/ )

Blitz contro i Casalesi. Arrestato anche l’ex consigliere Regionale Nicola Ferraro

CASERTABeni per oltre 1 miliardo di euro sequestrati dai carabinieri nell’ambito di una vasta operazione in corso da questa mattina in provincia di Caserta.


Diciassette ordinanze di custodia cautelare sono state emesse, su richiesta della procura distrettuale antimafia di Napoli, per associazione mafiosa, riciclaggio, turbativa d’asta ed altri reati, nei confronti di esponenti di spicco del clan dei casalesi, tra cui il super latitante Antonio Iovine e Nicola Schiavone, figlio del noto ‘Sandokan’. Le indagini condotte dal Ros hanno permesso – si spiega in una nota – di ricostruire l’intero circuito economico di imprese, complessi turistici, appartamenti e terreni, nel quale venivano reinvestiti gli enormi proventi illeciti del sodalizio. Documentate – si sottolinea – anche le estese infiltrazioni del clan negli appalti pubblici, individuandone la diffusa rete collusiva nella pubblica amministrazione.

Nicola Ferraro, ex consigliere regionale dell’Udeur, già coinvolto in altre due inchieste, è stato arrestato con l’accusa di associazione camorristica nell’ambito dell’inchiesta contro il clan dei Casalesi che ha portato a 17 arresti. E’ accusato di essersi accordato, nella doppia veste di imprenditore nel settore dei rifiuti ed esponente politico di rilievo regionale, con gli esponenti apicali delle associazioni criminali egemoni nel Casertano e, in particolare, con i reggenti dei gruppi Schiavone e Bidognetti; l’ex consigliere regionale avrebbe ricevuto sostegno elettorale e, assieme al fratello Luigi, a sua volta arrestato, un appoggio determinante per l’affermazione delle loro aziende. In cambio, avrebbero prestato la loro opera a favore del clan dei casalesi
“per agevolare l’attribuzione di risorse pubbliche attraverso l’aggiudicazione di appalti ad imprese compiacenti, nonché’ per favorire il controllo da parte del clan dello strategico settore economico dello smaltimento dei rifiuti”.
Nicola Ferraro, inoltre, con l’aiuto del fratello, avrebbe stretto un accordo generale con Luigi Guida, reggente del clan Bidognetti, per effetto del quale si ponevano come intermediari tra gli esponenti degli enti locali sui quali l’ex consigliere Udeur aveva influenza politica – Castelvolturno, Villa Literno, Lusciano – e l’organizzazione camorristica, per influire sull’attribuzione degli appalti ad imprenditori di comodo e sul pagamento delle somme estorsive al clan. I due, inoltre, secondo il gip ”fornivano un apprezzabile contributo di rafforzamento alle strutture criminali interessate dagli accordi, che acquistavano consistenti liquidità economiche da distribuire ai singoli affiliati, ed un notevole apporto per il sostegno e il proselitismo delle medesime organizzazioni, che acquistavano prestigio ed autorevolezza, dimostrando all’intera cittadinanza dei territori sottoposti alla loro influenza ed ai clan avversari il controllo degli organi istituzionali locali”. Ferraro è attualmente imputato in due processi, uno dei quali per lo scandalo delle assunzioni all’Arpac e per il quale era stato destinatario di un divieto di dimora in Campania, poi revocato.

Nell’inchiesta è indagato anche il prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni; i pm Antonello Ardituro e Marco Del Gaudio ne avevano chiesto l’arresto, ma il gip Vincenzo Alabiso ha respinto la richiesta. Maddaloni è accusato di turbativa d’asta; l’appalto è quello delle centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria a Caserta. I fatti contestati al prefetto di Frosinone, si riferiscono al 2008 quando ha svolto la sua attività come sub commissario prefettizio al Comune di Caserta. Scrive il gip nell’ordinanza: ”Maurizio Mazzotti, dirigente del settore Pianificazione, programmazione e assetto del territorio del Comune di Caserta nonché responsabile del procedimento Urban, Nicola Ferraro, consigliere regionale Udeur e soggetto influente sulla pubblica amministrazione del Comune di Caserta, Paolino Maddaloni, vice prefetto delegato per lo stanziamento dei fondi, e Sergio Solmi, titolare dell’ impresa Orion predestinata a vincere la gara, turbavano il pubblico incanto relativo ai lavori per l’installazione, nella gara pubblica bandita dal Comune di Caserta, delle centraline per il monitoraggio della qualità dell’area nel territorio comunale di Caserta per importo complessivo di 530.000,00 euro”. I fatti risalgono al 2008. Il progetto per le centraline era stato approvato nel 2004, per un importo di 387.000 euro; la spesa prevista lievitò poi fino a un milione e 400.000 euro. Alla gara partecipò la Orion, che fu ammessa provvisoriamente perchè la documentazione era carente. La gara fu però annullata dal prefetto Maria Elena Stasi perchè, dopo dieci mesi, l’appalto non era stato ancora aggiudicato. Stasi disponeva anche ”di incaricare il dirigente competente di ricondurre l’opera nei termini economici del ‘progetto pilota’ approvato dal Comune con deliberazione.

AGGIORNAMENTI ORE 14,30

Il prefetto Frosinone sarebbe indagato per turbativa d’asta, ma secondo quanto sottolineato dalla Procura partenopea, Maddaloni avrebbe avuto una “posizione marginale” nell’ambito dell’inchiesta. I pm titolari dell’indagine avrebbero chiesto la misura interdittiva, ma il gip ne ha respinto la richiesta. In particolare, il coinvolgimento del funzionario di Stato sarebbe legato a una conversazione telefonica intercettata tra il dirigente del settore pianificazione-programmazione del Comune di Caserta, Maurizio Mazzotti, e l’ex consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro. L’argomento della telefonata sarebbe la gara per l’installazione di una centralina per il rilevamento dell’inquinamento dell’aria. Tra i partecipanti all’appalto vi era anche una persona legata a Ferraro, facente parte di una compagine temporanea di imprese. Il coordinatore della Dda di Napoli, Federico Cafiero de Raho, ha sottolineato come questo personaggio fosse “stato utilizzato” dall’ex consigliere regionale per un’intestazione “fittizia della sua società Ecocampania” dal momento che “era preoccupato” per un suo “eventuale sequestro preventivo”. La gara d’appalto prevedeva un affidamento da 1,4 milioni di euro, ma subì poi una riduzione del 50% arrivando a 700mila euro.

Un regalo di Setola a Nicola Ferraro

L’omicidio di Michle Orsi, imprenditore casertano colluso con il clan dei Casalesi, fu un regalo dell’organizzazione criminale capeggiata dal boss Francesco Schiavone all’ex consigliere regionale della Campania Nicola Ferraro.
A rivelarlo è Oreste Spagnolo, componente del gruppo di fuoco di Giuseppe Setola e ora collaboratore di giustizia, che agli inquirenti ha raccontato come Setola stesso, al termine di un incontro con Luigi Ferraro, fratello dell’uomo politico e con lui titolare della EcoCampania, società del settore rifiuti, lo avrebbe salutato dicendo di riferire al fratello che di lì a qualche giorno avrebbe avuto “un regalo”. Pochi giorni dopo, sottolinea il coordinatore della direzione distrettuale antimafia partenopea Federico Cafiero de Raho, fu ucciso Michele Orsi. “Nicola Ferraro
– chiosa de Raho – era indispensabile all’organizzazione, un’elemento di riferimento del clan che lo ha sostenuto nelle competizioni elettorali e nell’ascesa imprenditoriale”.

L’Elenco dei beni sequestrati

C’è il lussuoso fabbricato a Casal di Perincipe, nel casertano, in cui vive la famiglia di Nicola Schiavone,
ma anche la società “Best Wellnes” che fa capo all’imprenditore napoletano Sergio Pagnozzi e che gestisce un noto resort nel litorale domitio nel casertano tra i beni per un miliardo di euro sequestrati al clan dei Casalesi,
e in particolare a Nicola Schiavone, come risultato dell’indagine della direzione distrettuale antimafia di Napoli.
I beni comprendono 138 appartamenti tra i Castelli Romani, il basso Lazio e il casertano; 54 società, perlopiù operanti nel settore edile e della raccolta rifiuti, ma anche nella ristorazione, nei trasporti e nell’immobiliare; 278 terreni tra Campania, Sardegna, Puglia e Umbria per complessivi 141 ettari;
235 tra auto e moto; 600 rapporti bancari e postali. E c’è anche un bar a Casal di Principe. La società Best Wellnes è per i magistrati riconducibile al figlio del boss Nicola Schiavone e gestisce il complesso turistico-alberghiero Hyppo Kampos, esteso su 30 ettari nel territorio del comune di Castelvolturno,
considerato uno dei più grandi complessi turistico-alberghiero di lusso italiani.

(* Fonte articolo: http://www.casertace.it )

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Sequestrato il Lago D’Averno, la camorra alle Porte degli Inferi

L’ombra dei Casalesi su Pozzuoli: sequestrato il Lago D’Averno, la camorra alle Porte degli Inferi

Pozzuoli (NA) – E’ in corso un’operazione da parte del personale del Centro Operativo D.I.A di Napoli nel Lago D’Averno. I magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia hanno messo in atto l’esecuzione di un sequestro preventivo nei confronti di affiliati al clan dei Casalesi.
Tra i beni sottoposti a sequestro vi è il Lago d’Averno. Questo territorio nel 1750 fu donato dai Borbone a una nobile famiglia napoletana con un lascito regio e poi tramandato agli eredi fino al 1991. Appunto l’anno in cui il Country club srl acquistò il lago, per un miliardo e 200 milioni di lire. Nel contratto di compravendita l’oggetto acquistato riguarda “l’intero terreno invaso dalle acque denominato lago d’Averno, dalla superficie complessiva di circa 55 ettari, are 77 e centiare 80”.

Sull’acquisto c’è ancora aperta una battaglia legale
sulla destinazione pubblica o privata tra Stato e Regione da una parte, e imprenditore dall’altra, che ha visto due contrastanti provvedimenti giudiziari del Consiglio di Stato nel 2005 e della Corte di Cassazione nel 2008.
Nel 1991 infatti Il Country Club srl ha acquistato il territorio oggetto del sequestro e la stessa società nel 2008, pochi giorni dopo l’arresto di Giuseppe Setola, è stata acquistata da Cardillo Gennaro, imprenditore nel settore turistico-alberghiero, attualmente detenuto, prestanome di Setola Giuseppe esponente di spicco del clan dei casalesi e capo della fazione stragista, così come raccontano gli atti della magistratura.
Le indagini svolte dalla DIA e coordinate dalla DDA napoletana hanno evidenziato che Gennaro Cardillo ha favorito Giuseppe Setola e gli altri componenti del gruppo camorristico, sia nella fase della latitanza che in quella di supporto logistico per le operazioni criminali, con la messa a disposizione di ristoranti e camere d’albergo.
Tra le strutture identificate vi è l’agruturismo TERRA MIA, il ristorante ARAMACAO e la società COUNTRY CLUB Srl sottoposte oggi a sequestro ex art.321, comma 3 bis.
I beni sequestrati corrispondono ad un valore di circa 15 milioni di euro a cui deve aggiungersi il patrimonio artistico, faunistico e architettonico-paesaggistico.
Oltre all’agritustimo, al ristorante, alla discoteca e agli altri locali inclusi nel complesso, è stato posto sotto sequestro anche il lago “per evitare, dopo la convalida anche da parte del Riesame dell’arresto di Gennaro Cardillo, che i beni a lui intestati fossero venduti o meglio avessero intestazioni fittizie“. Beni, secondo la DDA di Napoli, riconducibili al boss casertano che ha seminato sangue e terrore tra maggio e dicembre del 2008.
La bellezza decantata da Virgilio finisce così con i sigilli.
E i boss passano dalle “Porte degli Inferi”, location scelta come base delle operazioni, alle porte della giustizia, grazie all’operazione Sibilla della DIA di Napoli

(foto dalla rete)

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