100 giorni per la modifica dello scambio elettorale politico-mafioso

Sostieni la petizione di Libera e Gruppo Abele!
*Clicca il link sottostante per firmare la petizione:
100 giorni per la modifica dello scambio elettorale politico-mafioso

LIBERA - contro le mafie

A tutti i parlamentari

Questa petizione sarà consegnata a:

tutti i parlamentari.

La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi paesi dell’Unione Europea vivono il problema in maniera così acuta (fanno peggio solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un fenomeno dilagante, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali, che danneggia le Istituzioni e la vita quotidiana delle persone.

In questa fase di stallo, la lotta alla corruzione può essere il vero tema d’incontro tra le diverse forze politiche e la società civile, che si è espressa per un forte rinnovamento nella gestione della cosa pubblica.

276 parlamentari di diverso colore politico – eletti tra gli 878 candidati che hanno aderito agli impegni di trasparenza chiesti da Riparte il futuro prima delle elezioni – si sono già detti disposti a potenziare la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso. Un numero incoraggiante (corrisponde al 30% del totale dei parlamentari) ma che può e deve ancora crescere.

Ai neoparlamentari con il braccialetto bianco, simbolo dell’impegno preso, si aggiungono glioltre 150 mila cittadini che in poco più di un mese hanno firmato per ottenere una politica capace di agire con forza contro la corruzione.

Firma anche tu per chiedere che il Parlamento modifichi la legge 416 ter del Codice Penale. E’ necessario cominciare da questa riforma per spezzare il patto deleterio che lega politico corrotto e mafioso corruttore, condizionando scelte strategiche della vita del Paese e vincolando la libertà elettorale. Rendere efficace la legge significa anche prevenire la pratica diffusa del voto di scambio, che trasforma il voto del cittadino in una merce da barattare.

La modifica della 416 ter è il primo passo, simbolico, per dotare l’Italia di un efficace apparato legislativo contro la corruzione in linea con gli standard europei. È una norma che il Parlamento può cambiare facilmente, nei primi 100 giorni della legislatura.

Una buona legge produce una buona cultura.

Firma per far ripartire il futuro dell’Italia.

Annunci

Dalla Finanza al Lodo Alfano: il dialogo Berlusconi – Lavitola

www.antimafia.tv

Il lodo Alfano e i “fascisti” di Fini, Napolitano che non firma, la corsa alla prescrizione, il generale da promuovere e i soldi per L’Avanti… Ecco l’intercettazione integrale di una telefonata tra Berlusconi e Lavitola:

Il direttore dell’Avanti chiama il premier e gli suggerisce strategie politiche, gli raccomanda il generale Spaziante delle Fiamme Gialle e chiede fondi per il suo giornale
di GIUSEPPE CAPORALE

MARINELLA…  buondì. Ci riesco a parlare un minuto per sta storia del generale?”. Valter Lavitola, pochi giorni dopo il pronunciamento negativo della corte costituzionale sul lodo Alfano – che avrebbe bloccato tutti i processi a carico del premier – chiama Silvio Berlusconi. Sono le otto di mattina di metà ottobre del 2009 e l’umore del presidente del Consiglio è pessimo: “pronto…”. “Presidente come sta…” chiede Lavitola preoccupato. E Berlusconi risponde: “come sto… Ho tutti contro, ed in più c’ho una cosa che pende sulla testa di 750 milioni e dall’altra parte c’ho dei giudici che mi odiano che sono dei criminali del palazzo di giustizia di Milano. Hanno già ricominciato a muoversi con la corte costituzionale che gli ha dato il via libera per tornare alla caccia all’uomo”.

Lodo Alfano. Con la sentenza che ha stabilito l’incostituzionalità del lodo Alfano, i processi e le inchieste sul premier non possono essere sospese e la preoccupazione nella conversazione è palpabile. “Presidente, se mi permette di dire la mia… Prima di tutto tenga presente che chi le vuole bene in questo momento le si stringe ancora di più, e quindi lei può fare la conta meglio delle altre volte… sommessamente poi… sono due giorni che penso a sta cosa notte e giorno… – Lavitola lancia una proposta: che
ci si perde se si presenta di nuovo la norma (il lodo Alfano, ndr) così come sta… senza andare poi a fare una legge costituzionale. Così com’è… con qualche modifica del caso. Si riapprova… a questo punto devono sospendere tutto, rimandando poi al parere della corte costituzionale… nel frattempo ci mettono due tre mesi… ci sono le prescrizioni e sia avvia allo stesso tempo una legge costituzionale. Si ripresenta tale e quale il Lodo Alfano…”.
Berlusconi: “non ho una maggioranza così completa… Non me lo approvano i fascisti. Fini non ci sta…”.
Lavitola: “Fini non ci sta? Lui su questo ci sta… Altrimenti qui rischia di scoppiare tutto… Mica è scemo veramente questo. Mica è scemo?
Berlusconi: “non credo che in parlamento si possa ripresentare la stessa legge…”.
Lavitola: “ma lei non la ripresenta identica con qualche modifica… così si riblocca tutto e nei tre mesi arriva la prescrizione e chi se ne frega…”.
E ancora Lavitola: “questi (i giudici, ndr) stanno sparando alla testa, mica stanno sparando al petto… Fini mica ci può non stare… mica è matto… qua se salta tutto il primo che poi macellano è lui”.
Berlusconi: “ma non ce lo firma il presidente della Repubblica…” e poi “politicamente non è possibile farlo…”.
Lavitola risponde: “tanto politicamente peggio di come stiamo che ci possono fare…”.
“Ci pensiamo…” taglia corto Berlusconi. E a quel punto il faccendiere arriva al motivo della telefonata: “la faccenda del generale“.

Il generale della Gdf. Lavitola: “Senta, le volevo dire io, guardi che di quella questione di cui le venni a parlare, siccome lei mi autorizzò a parlarne con l’interessato… si ricorda la faccenda di quel generale?”
Berlusconi: “sì… sì… che lui si proponeva… no?”.
Lavitola: “Ma non per fare il numero uno… per fare una mediazione e lui fare il numero due. La mediazione la sta facendo il ministro ed è quasi fatta, lei mi autorizzò a parlargliene. Lui mi ha detto che teneva tutto fermo fino a quando lei non si muoveva…”. La frase apre squarci inquietanti. Il generale Spaziante appena due mesi fa è stato ascoltato dalla Procura di Napoli per la vicenda P4 e per le “soffiate” degli alti ufficiali a Lugi Bisignani.

Continua Lavitola parlando del generale in questione: “là si rischia il caso che da persone amiche, amiche, amiche… rischiamo che quanto meno che gli diventiamo antipatici?“.
Berlusconi: “Mmm… allora lo devo…“.
Lavitola: “Lo deve chiamare subito… perché se noi i problemi non li risolviamo alla base…”. Berlusconi: “gli fissiamo un appuntamento…“.
Lavitola: “A breve giro“.
Berlusconi non ricorda il nome del generale: “lui si chiama? Spaziante?“.
Lavitola: “Sì, sì… ha tutto Marinella. Se lei se lo facesse chiamare subito, io sto andando adesso ad un appuntamento. Sto cercando di tenerli per i capelli. Sono tornato ieri dal Brasile“.
Berlusconi: “Va bene
Lavitola: “Ci posso contare dottore…”. Berlusconi:Sì, sì va bene“.

Fondi per l’Avanti. E poi Lavitola chiede aiuto per i fondi per l’editoria (di competenza proprio della presidenza del consiglio dei ministri).
Lavitola: un’ultima cosa… Io ho mandato un appunto a Marinella dove anche sul finanziamento all’editoria Tremonti…. La sa tutta bene Bonaiuti la cosa… Tremonti ha detto che non concede questi soldi che già ci sono per legge… approvata in parlamento… se non ci parla lei… Marinella ha l’appunto…“.
Berlusconi: “E’ solo nei confronti del tuo giornale?“.
Lavitola: “Non è solo nei confronti del mio giornale… il mio giornale ovviamente salta… ma c’è anche Libero… ma ci sono anche gli altri giornali che pigliano il finanziamento pubblico… anche quelli della sinistra”.
Berlusconi: “va bene…“.
Lavitola: “Marinella ha l’appunto. Se ci parla lei… Tenga presente che vanno disoccupati altri tremila giornalisti. In questo momento questo (Tremonti, ndr) fa un disastro“.
Berlusconi: “va bene, va bene…“.
Lavitola: “dottore ci pensa a quella storia della legge sul Lodo (Alfano, ndr)“.
Berlusconi: “sì, sì… va bene!“.
Lavitola: “un bacione, stia su“.
Berlusconi: “Grazie, grazie mille…“.
Lavitola: “stia su, stia su dottore…“.
Berlusconi: “ciao“.

(16 settembre 2011)

Fonte: tv.repubblica.it

* Facebook, iscrivetevi al canale : Antimafia

Lodo Mondadori con sconto – Berlusconi pagherà 560 milioni

www.antimafia.tv

9 luglio 2011
(*) La sentenza dei giudici civili abbassa esattamente di un quarto la cifra che il Cavaliere dovrà versare alla Cir di Carlo De Benedetti. In primo grado era stato fissato un risarcimento di 750 milioni di euro
Sentenza con maxi-sconto. Poco meno di 200 milioni. Di tanto è stato abbassato il conto (comunque salatissimo) che Silvio Berlusconi dovrà pagare al suo storico avversario Carlo De Benedetti. La sentenza d’Appello, le cui motivazioni sono state depositate questa mattina, è immediatamente esecutiva. Si conclude così la vicenda del cosiddetto lodo Mondadori. In primo grado la Fininvest del Cavaliere era stato condannata a pagare 750 milioni di risarcimento. L’intera vicenda in sede civile prende spunto dall’iter penale che ha visto le condanne di Previti, Metta, Pacificio e Acampora per corruzione dello stesso giudice Metta che, fu provato dall’accusa, ricevette denaro per modellare a favore del Cavaliere la disputa con Formenton prima e con la Cir di De Benedetti poi per la conquista della maggiore casa editrice italiana.
(Lodo Mondadori, la storia giudiziaria:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/09/lodo-mondadori-la-storia-giudiziaria/144201/  )

“La sentenza Metta fu ingiusta”. Questo scrivono oggi i giudici. Per i quali “con Metta non corrotto il lodo sarebbe stato confermato”. Il riferimento è alla decisione del 24 gennaio del 1981 della Corte d’Appello di Roma che stabili’ invece nulli gli accordi intervenuti in precedenza tra la famiglia Formenton e la stessa Cir riconsegnando così la Mondadori a Berlusconi. Inoltre, nelle 300 pagine del documento si sostiene che la Cir subì un danno immediato e diretto dalla sentenza  Metta. Si tratta di una tesi diversa da quella prospettata dal giudice di primo grado, Raimondo Mesiano, il quale invece parlò di “perdita di chance”, nel senso che la sentenza frutto della corruzione indebolì la posizione negoziale di Cir nei confronti di Fininvest.

L’inchiesta penale è iniziata nel 1996 dopo le dichiarazioni di Stefania Ariosto. Il processo, arrivato in Cassazione nel 2007, ha stabilito che Cesare Previti fece arrivare a Metta 400 milioni di lire. Un bel tesoretto veicolato grazie alla collaborazione degli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Il pagamento, ricostruiscono i giudici, è servito a pagare il verdetto con il quale lo stesso Metta annullò il lodo Mondadori di allora. In primo grado, infatti, la contesa per la casa editrice, inizialmente nelle mani della famiglia Formenton, era andata a De Benedetti. E solo in secondo grado, e grazie alla corruzione, la partita è girata a favore del presidente del Consiglio. Che, trovatosi in una posizione di forza, ha potuto condurre la mediazione con Cir. E lo ha fatto grazie all’intervento dell’allora andreottiano e oggi deputato Pdl Giuseppe Ciarrapico. La spartizione conclusiva ha visto il Cavaliere incassare il gruppo editoriale con i libri, il settimanale Panorama e 365 miliardi in contanti. A De Bendetti invece sono andati l’Espresso, Repubblica e i quotidiani locali Finegil.

La somma fissata oggi dai magistrati prevede il risarcimento in 540 milioni. Quindi gli interessi legali pari al 2,5% e contabilizzati a partire dall’emissione della sentenza di primo grado, vale a dire dall’ottobre 2009. Quindi le spese legali fissata a 8 milioni. Alla base, poi, del maxi-sconto ci sono le conclusioni della consulenza tecnica. Obiettivo capire “se fra giugno 1990 e aprile 1991 siano intervenute variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio tra le parti”. Risultato: i periti hanno calcolato una riduzione del 18,8%.

La questione ora è capire quali saranno i tempi del risarcimento. Nella giustizia civile le sentenze diventano subito esecutive. In questo caso, però, le due parti, il giorno dopo la sentenza di primo grado, raggiunsero un accordo per congelare il pagamento in cambio di una fidejussione da 800 milioni prestati da quattro banche alla Fininvest in favore della Cir. Ottenuto questo, la corte si impegnò a concludere l’Appello (iniziato nel febbraio 2010) in tempi brevi. A questo punto, ancora pochi giorni utili a ritirare la sentenza e la Cir di De Bendetti potrà andare all’incasso dei 560 milioni di euro. Ed è proprio questo passaggio che il Cavaliere voleva evitare. E per farlo ha infilato un codicillo (poi ritirato) nella manovra per bloccare il pagamento in attesa del giudizio della Cassazione.
(*) Fonte articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/
(*) Fonte video: http://www.la7.it/

* Antimafia su Facebook, iscrivetevi al canale :
http://www.facebook.com/pages/Antimafia/124643360907141

Arrestato il boss Antonio Iovine

http://www.antimafia.tv/

L'immagine, presa dal sito internet della Polizia di Stato, mostra Antonio Iovine.Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi 17 novembre 2010 dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni  ANSA/POLIZIA DI STATO

L'immagine, presa dal sito internet della Polizia di Stato, mostra Antonio Iovine.Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi 17 novembre 2010 dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni ANSA/POLIZIA DI STATO

(17 novembre 2010)
Arrestato il boss Antonio Iovine
È uno dei capi storici dei Casalesi. Era latitante da oltre 14 anni. Applauso dei poliziotti all’arrivo in Questura.
Il ministro Maroni: «questa è l’antimafia dei fatti»

CASERTA – Ha tentato di fuggire dal terrazzo. L’ultimo, disperato tentativo. La lunga latitanza di Antonio Iovine è però finita. Il boss della camorra, considerato uno dei criminali più pericolosi dal Viminale,
è stato arrestato a Casal di Principe. Il blitz della Squadra Mobile di Napoli ha avuto successo: Iovine, che non era armato, alla fine non ha opposto alcuna resistenza. L’abitazione in cui è stato individuato era di un suo conoscente,
e la cattura è stata possibile grazie a pedinamenti e accertamenti su parenti e fedelissimi del latitante.
Gli inquirenti si sono messi subito alla ricerca di eventuali armi e documenti che potrebbero tornare utili
per le indagini sulla potente cosca dei Casalesi. Iovine è stato poi trasportato a bordo di una Mercedes
in Questura a Napoli dove è arrivato alle 16,48. Era sorridente.
Il boss è stato fatto salire al secondo piano dai garage, mentre applausi e urla di soddisfazione da parte poliziotti risuonavano nei corridoi. Qualcuno applaudiva anche dalle finestre.

LE REAZIONI – «Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia, tra pochi minuti vedrete…»
aveva affermato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, conversando con i giornalisti a Montecitorio, appena pochi minuti prima che arrivasse l’annuncio dell’arresto del boss. Poi. dopo l’ufficialità dell’arresto,
il suo commento, legato anche alla polemica aperta con Saviano: Questa è l’antimafia dei fatti.
Tutto il tresto non mi tocca».
«È un giorno felice – ha confermato il procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore – anche perché l’operazione dimostra che forze dell’ordine e Dda di Napoli riescono a  ottenere importantirisultati sul territorio. Iovine – ha proseguito – era uno dei due latitanti più importanti dei Casalesi, l’altro è Michele Zagaria. Ora ci resta da arrestare anche lui». «Firmerò subito la richiesta di 41 bis» ha annunciato dal canto suo il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Questa è una ulteriore conferma – aggiunge – che la squadra Stato vince e l’antimafia giocata batte quella parlata». L’arresto di Iovine è la migliore risposta a tante chiacchiere».

SAVIANO – Sull’arresto del boss dei casalesi è intervenuto anche lo scrittore Roberto Saviano in questi giorni sotto i riflettori per la trasmissione televisiva che conduce con Fabio Fazio e per la polemica che l’oppone a Maroni a seguito delle dichiarazioni rilasciate prima in tv e poi in un’intervista: «Aspettavo questo giorno da quattordici anni. L’arresto di Antonio Iovine , rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata. Iovine è un boss imprenditore, in grado di gestire centinaia di milioni di euro. Ora – continua Saviano – spero che si possa fare pulizia a 360 gradi. Come dimostrato dalla relazione della Dia di oggi, bisogna aggredire il cuore dell’economia criminale, la Lombardia, dove le mafie fanno affari e influenzano la vita economica, sociale e politica».

CHI ÈAntonio Iovine, detto O’ninno, era nella lista del Viminale dei 30 latitanti più pericolosi, assieme – tra gli altri – a Matteo Messina Denaro, numero uno di Cosa Nostra, e Michele Zagaria, dei Casalesi. Quarantasei anni, nativo di San Cipriano d’Aversa (Caserta), Iovine deve scontare la pena dell’ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Componente con Zagaria della diarchia che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine è considerato il ‘boss manager’, la mente affaristica del sodalizio impegnato tra le altre attività anche nel business della spazzatura. A lui viene attribuita la capacità del clan di espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. È Iovine, per gli inquirenti, a rappresentare per anni la camorra che fa affari e che ricicla i proventi delle attività illecite, droga e racket su tutte, nell’economia pulita e nel business del cemento fino a costruire l’impero di ‘Gomorra’, come testimoniato dai continui sequestri di beni disposti da parte della magistratura.

17 novembre 2010

* Facebook, iscrivetevi al canale Antimafia

N.B.: proprietà e diritti articolo http://www.corriere.it/

19 luglio 1992 Strage via D’Amelio

http://www.antimafia.tv/     

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

 

 Scritto da Marco Travaglio
(Lunedì 19 Gennaio 2009)     

“Buongiorno a tutti,
oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato. Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne parla. E dopo capirete il perché.
A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE. Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario Mori. Un omino piccolo, un valoroso ufficiale dell’Arma, che ha lavorato con Dalla Chiesa ai tempi del terrorismo, che ha lavorato al R.O.S. – il Reparto Operazioni Speciali dei Carabinieri – ha guidato il R.O.S.
E’ un pluridecorato e plurimedagliato per la cattura di Riina e altri latitanti mafiosi, eppure pare nasconda dei segreti. Pare. Nessuno è in grado di affermarlo con certezza. Il processo è in corso. Ma io ne sarei abbastanza certo in quanto penso che questo sia una delle massime eccellenze investigative che abbiamo avuto in Italia. E che evidentemente nella stagione delle stragi di mafia è stato investito da un qualche potere che non conosciamo – ecco perché dico ‘pare’ che nasconda dei segreti – del compito, dell’ingrato compito, del terribile compito di trattare con la mafia mentre l’Italia veniva messa a ferro e fuoco dalle bombe, in Sicilia nel ’92 e addirittura nel continente, a Milano, Roma e Firenze, nel ’93.     

Il mancato arresto di Provenzano nel 1995      

Ora però non è imputato per quello, è imputato per una questione che potrebbe spiegare quella trattativa e potrebbe spiegare quel misterioso episodio che è stato oggetto di un altro processo che immediatamente precede l’episodio per il quale Mori adesso è imputato, la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Questo processo si riferisce a un altro episodio, che segue di due anni la mancata perquisizione del covo di Riina e risale al 1995 e precisamente al 31 ottobre 1995. Che cosa accade il 31 ottobre del 1995? Un colonnello dello stesso R.O.S. dei Carabinieri, grazie a un mafioso suo confidente sotto copertura – infiltrato nella mafia, ma confidente dei Carabinieri – riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Provenzano nel 1995, due anni dopo la cattura di Riina, due anni dopo le ultime stragi, è il capo indiscusso di Cosa Nostra. Il confidente avverte il colonnello dei Carabinieri, che si chiama Michele Riccio, il consulente si chiama Luigi Ilardo. Il Carabiniere riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Di più, incontra Provenzano. Ha un appuntamento con Provenzano in questo capanno di Mezzojuso. È un centro di campagna, una trentina di chilometri a sud di Palermo. Quindi dice: “Sto per incontrare Provenzano, venitemi dietro che vi faccio catturare Provenzano!”. Il colonnello Riccio entusiasta parla con i vertici del R.O.S., che sono i generali – c’è il colonnello Mori che è il capo operativo – c’è il braccio destro di Mori che è l’allora maggiore Mario Obinu, i quali decidono di non catturare Provenzano, ma semplicemente di far pedinare il confidente a distanza per vedere dove va, e poi cercare di catturare Provenzano quando saranno tutti pronti. Purtroppo passata quella occasione, Provenzano non ne consentirà un’altra. Fino a quando, undici anni dopo, all’indomani delle elezioni vinte dal centro-sinista quasi tre anni fa, Provenzano verrà catturato, o verrà consegnato, o si consegnerà, o si lascerà prendere. Perché sapete che le catture dei boss in Sicilia destano sempre degli interrogativi, dubbi, interpretazioni pirandelliane, come quel gioco di specchi, dove non si riesce mai a capire chi ha fatto che cosa. Esattamente come la cattura di Totò Riina nel ’93.     

Lo Stato era compatto nella lotta alla mafia?      

“]”]”]19 luglio 1992

"19 luglio 1992" Via D'Amelio - Palermo

 

Ecco, questo processo, se uno lo conosce, consente alla gente di capire – non solo gli esperti, ma la gente comune – cosa è successo tra lo Stato e la mafia negli ultimi quindici anni. Potrebbe riscrivere, questo processo, la storia della mafia e dell’antimafia degli ultimi quindici, vent’anni. E infatti i pubblici ministeri – il pubblico ministero principale (sono in tre che lavorano: sono Nico Gozzo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo), quello che si è occupato fin dall’inizio di questa indagine è Nino Di Matteo, il 15 luglio dell’anno scorso quando è iniziato il processo, dopo il rinvio a giudizio di Mori e di Obinu, ha tracciato davanti ai magistrati la sua ipotesi accusatoria. Dicendo: “in questo processo intendiamo dimostrare questo, questo e quest’altro, con le seguenti prove e le seguenti testimonianze ecc.” Naturalmente è intervenuto l’avvocato Pietro Miglio, in rappresentanza della difesa dei due ufficiali, il quale invece ha detto: “noi dimostreremo che i nostri due clienti, Mori e Obinu, sono innocenti, che non c’è nessun mistero, che Provenzano non si faceva catturare.”
Qual è l’ipotesi accusatoria che a noi interessa? Non è tanto interessante sapere se Mori e Obinu hanno commesso dei reati, quelli sono fatti loro, dei magistrati, degli avvocati. Quel è il processo nel suo aspetto giuridico. Poi c’è l’aspetto pubblico e cioè quello che interessa a noi, o dovrebbe interessare a noi se qualcuno ce li raccontasse, e cioè sapere chi ha fatto che cosa e perché. Sapere poi se quello è un reato o no, poco importa. Importa sapere se lo Stato era tutto compatto nel combattere la mafia, se lo Stato aveva una sola strategia per combattere la mafia, se è vero che la mafia e lo Stato si sono sempre contrapposti in questi ultimi vent’anni e se è vero quello che ci veniva raccontato mentre esplodevano le bombe che uccidevano Falcone, la scorta e la moglie, poi Borsellino e la scorta e tanti innocenti cittadini comuni presi per caso dalle bombe di via Palestro a Milano o di via dei Georgofili a Firenze, e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, per non parlare dell’attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo. Se quello che ci veniva detto, e cioè “non abbasseremo la guardia!”, “nessuna pietà” era vero o era solo una declamazione retorica. Qui sembrerebbe che dietro le quinte, mentre lo Stato faceva la faccia feroce davanti alle telecamere, dietro le quinte fosse in realtà affaccendato a trattare con in mafiosi evidentemente perché l’aveva sempre fatto in passo, ed evidentemente perché l’ha sempre fatto in futuro. Ed è interessante quindi questa storia per capire un po’ tutto. Perché se fosse vera l’ipotesi accusatoria – il reato che viene contestato a Mori e a Obinu è piuttosto grave: favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra, in particolare a Provenzano. Qual è questa tesi accusatoria? La tesi accusatoria è che, nel 1992, mentre a Milano esplode Tangentopoli, la Corte di Cassazione conferma le condanne dei mafiosi che Falcone e Borsellino con grande fatica sono riusciti a far condannare nel maxiprocesso nato dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri due pentiti, Contorno e Calderone. La mafia si aspetta che la Cassazione con il solito Carnevale annullerà tutto e rimanderà liberi e belli i boss nelle loro case, e invece Carnevale non presiede il Collegio quella volta, perché è stato istituito una sorta di principio di rotazione, e lo stesso Carnevale ha preferito per opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente. Basta il cambio di un presidente per far sì che quasi tutte le condanne vengano confermate in Cassazione. Per la mafia è uno shock bestiale, la fine della sua impunità storica ed è anche un problema materiale: i boss invece di uscire restano dentro con la prospettiva di non uscire più, o quasi. Anche perché sono piuttosto agees i boss mafiosi quando vengono presi, di solito.     

La strategia delle stragi dopo il maxiprocesso     

      

C’è quindi una reazione della mafia che è per metà una vendetta nei confronti dei referenti politici istituzionali perché evidentemente non hanno mantenuto le promesse o non sono riusciti a mantenere l’immunità, che sempre avevano garantito a Cosa Nostra, e quindi c’è l’eliminazione di Salvo Lima il 12 marzo 1992 a Palermo, c’è l’eliminazione di uno dei due cugini Salvo, Ignazio l’altro, Nino, era già morto per conto suo. E poi c’è l’omicidio Falcone che è un salto di qualità. Non è la vendetta verso un vecchio amico della mafia che ha tradito, ci mancherebbe altro, è semplicemente un attentato preventivo per impedire a Falcone di continuare a fare ciò che stava già facendo. È grazie a Falcone se si era acceso un faro sulla prima sezione penale della Cassazione e sul ruolo di Carnevale e se Carnevale non aveva presieduto quel Collegio al maxiprocesso perché Falcone, dirigente del Ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli, aveva metto sotto il mirino Carnevale, che era considerato da lui, e non solo da lui, il tappo che impediva le condanne definitive ai mafiosi. Viene ucciso Falcone, viene ucciso Borsellino perché? Perché nel frattempo si è avviata una trattativa. Tra chi? Tra l’allora colonnello Mori e il suo collaboratore del momento più fedele, il capitano De Donno, e Vito Ciancimino, un sindaco mafioso di Palermo che in quel momento stava agli arresti domiciliari a Roma, per motivi di salute. Cioè questi due alti ufficiali dei Carabinieri vanno da un noto mafioso, condannato per mafia, e gli chiedono di fare da tramite coi vertici di Cosa Nostra. In quel momento, siamo nel 1992, c’è ancora la diarchia Riina – Provenzano. Ciancimino è più uomo di Provenzano che non di Riina, in ogni caso fa da tramite – i Carabinieri diranno di aver voluto avviare quella trattativa nella speranza di avere un aiuto per arrestare dei latitanti mafiosi e di iniziare in qualche modo le stragi che erano iniziate con quella di Capaci. Il risultato è che Riina capisce esattamente a rovescio, e cioè vede i Carabinieri, lo Stato, col cappello in mano dopo la strage di Capaci, e si felicita per aver avuto quella brillante idea di ricattare lo Stato con una strage dopo l’altra.     

Il patto tra mafia e Stato     

Riina voleva naturalmente non lo scontro con lo Stato, lui voleva punire chi aveva tradito per conto dello Stato gli accordi con Cosa Nostra e voleva fare un nuovo accordo con persone che fossero in grado di rispettarlo. Voleva un nuovo trattato di reciproca non belligeranza, convenienza, convivenza, connivenza. E dato che la classe politica se ne stava praticamente andando con l’indagine di Mani Pulite, bisognava attrarre qualche nuovo soggetto politico in grado di prendersi la responsabilità di fare questo nuovo accordo con la mafia. Per questo Riina mette le bombe, per questo si felicita che siano arrivati subito i Carabinieri col cappello in mano. E allora Riina dice: “perché cedere subito per un piatto di lenticchie? Possiamo rilanciare alzando il tiro con altre stragi e alzando quindi la posta della trattativa, così lo Stato ci darà molto di più”. La trattativa prosegue, parte subito dopo la strage di Capaci, e produce – questo è molto probabile – la strage di via D’Amelio, perché Borsellino è il simbolo vivente del partito della non trattativa. Adesso c’è tutta una polemica nata dalle rivelazioni dei figlio di Ciancimino e ripresa giustamente da Salvatore Borsellino a proposito di un incontro che ci sarebbe stato al Viminale il 2 luglio del 1992 tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno Mancino, dove secondo alcuni avrebbe fatto capolino anche Bruno Contrada e dopo il quale incontro Borsellino sarebbe rientrato agitatissimo nell’interrogatorio che stava facendo con Gaspare Mutolo che guarda caso era uno dei primi pentiti che parlavano di Andreotti, di Contrada e di Carnevale. Agitatissimo perché, così sostiene il figlio di Ciancimino, Borsellino era stato in qualche modo informato al Viminale che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il suo consenso. E immaginate se Borsellino avrebbe acconsentito a trattare con la mafia che il mese precedente gli aveva ammazzato il migliore amico. È evidente che Borsellino diventa l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa e Riina lo intende così tant’è che lo elimina da quella strada, per spianare la strada della trattativa. Dopodiché vengono pianificati gli attentati del ’93 ai monumenti e ai simboli dell’arte, della religione, ai simboli dell’Italia praticamente, ma Riina il 14 gennaio del 1993 viene arrestato dagli stessi uomini del R.O.S. che stanno trattando con Cosa Nostra. E lì succede quel fatto increscioso: il R.O.S. arresta Riina promette che sorveglierà giorno e notte la casa dove Riina era latitante per vedere se arrivavano altri mafiosi, perché i mafiosi non sapevano che era stato scoperto il covo, Riina era stato arrestato lontano da casa, dopodiché ingannando la procura di Caselli, gli uomini del R.O.S. abbandonano il covo, lo lasciano incustodito e lo lasciano perquisire a Cosa Nostra. Che l’abbiano fatto apposta, che non l’abbiano fatto apposta, che si siano dimenticati, che si siano sbagliati, non lo sappiamo. Il processo che si è tenuto fino a due anni fa a Palermo, non ha appurato il dolo, non poteva del resto appurare che Mori e l’allora capitano Ultimo avessero fatto apposta queste omissioni per favorire la mafia, questa era l’accusa, da questa sono stati assolti, ma il processo ha appurato che il covo non è stato sorvegliato e non è stato perquisito e quindi chi lo ha perquisito? Cosa Nostra, capeggiata da chi? Dopo l’arresto di Riina, da Provenzano. C’erano i segreti, le carte della trattativa? C’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo. Sappiamo che lo Stato rinuncia a perquisire il covo di Riina. Cosa succede subito dopo? Succede che due anni dopo c’è la possibilità di prendere Provenzano. C’è la possibilità di prendere Provenzano perché il confidente Ilardo porta praticamente a casa di Provenzano i Carabinieri. Ma, dice il colonnello Riccio che gestisce il confidente Ilardo, il R.O.S. dei Carabinieri Provenzano non lo voleva prendere.
Per chi vuole entrare nel dettaglio di questo processo, non dimenticatevi che alla fine di questo mese, il 30 gennaio, uscirà un piccolo librino che ho curato io, un fascicoletto insieme alla rivista Micromega. Lì troverete tutti i dettagli con le parole, la versione dell’accusa, la versione della difesa e tutto il racconto del colonnello Riccio, che è spaventoso. Le parti più spaventose sono due. La prima è quando Riccio racconta che Ilardo, che nel frattempo stava decidendo di diventare un collaboratore di giustizia, di uscire da quella veste ambigua e rischiosa dell’infiltrato dentro la mafia confidente dei Carabinieri – col rischio di essere ammazzato da un giorno all’altro – e quindi di entrare con la sua famiglia nel programma di protezione dello Stato. Fanno una riunione a Roma per stabilire i termini della sua collaborazione con i magistrati interessati: Caselli, procuratore di Palermo; Tinebra, procuratore di Caltanissetta; il generale Mori, che nel frattempo ha fatto carriera. Ilardo, appena vede Mori, gli va incontro, nemmeno lo saluta, gli dice subito: “guardi, colonnello, che le stragi che abbiamo dovuto fare noi le avete commissionate voi dello Stato. Questo è il concetto. Immaginate un ufficiale dei Carabinieri che ha combattuto il terrorismo, che ha combattuto la mafia, si sente dire da un mafioso che le stragi le ha fatte lo Stato. Che fa? Gli mette le mani addosso, gli dice “ne racconti un’altra, come si permette?”. Che ne so. Il racconto di Riccio è agghiacciante perché sostiene che Mori rimase irrigidito per qualche secondo: silenzio, paralisi, tensione. Poi gira i tacchi e se ne va.     

Il secondo episodio agghiacciante è quello che succede subito dopo quella maledetta riunione che si tiene il 2 maggio del ’96 a Roma nella quale viene deciso che Ilardo diventerà un collaboratore di giustizia. Ilardo torna in Sicilia perché ha chiesto una settimana per avvertire i suoi parenti di quello che sta per succedere, perché dovrà andar via poi per sempre dalla Sicilia, insomma quello che succede con in pentiti e con i testimoni di giustizia. E appena arriva in Sicilia, qualcuno fa sapere a Cosa Nostra che lui in realtà è un mafioso che sta tradendo Cosa Nostra che sta per cominciare a parlare e a mettere a verbale e quindi viene ucciso da un killer di Cosa Nostra a Catania. La collaborazione viene soffocata nella culla. Il giorno prima che lui entrasse nel programma di protezione, la mafia lo elimina perché qualcuno dei pochissimi esponenti delle istituzioni che sapevano del suo imminente pentimento ha fatto la fuga di notizie. Deve essere qualcuno che partecipava a quella riunione a Roma o che ha parlato con qualcuno che aveva partecipato a quella riunione.     

Ilardo quindi muore. Il colonnello Riccio pagherà un prezzo altissimo perché due anni dopo essersi scontrato coi vertici del R.O.S. che non avevano voluto catturare Provenzano viene arrestato a sua volta dal R.O.S., cioè da suoi colleghi, per delle operazioni antidroga a Genova, molto controverse. Secondo alcuni erano delle operazioni brillantissime – la DEA gli aveva anche dato degli encomi solenni (la DEA è l’anti droga americana) – secondo altri erano operazioni disinvolte. Viene arrestato con dei suoi collaboratori per traffico di droga e viene condannato in primo grado a nove anni. Secondo alcuni potrebbe essere una manovra per delegittimare il suo racconto. Perché il colonnello Riccio aveva un’agenda dove aveva segnato tutte le confidenze che Ilardo gli faceva sui rapporti mafia-politica. E gli aveva parlato di Dell’Utri, e gli aveva parlato di Andreotti, e gli aveva parlato di Mannino, e gli aveva parlato di Salvo Andò e gli aveva parlato di altri politici che secondo lui avevano rapporti con la mafia. E gli aveva parlato anche con quel Dolcino Favi che all’epoca era in servizio a Siracusa nella magistratura e che poi arriverà a fare il procuratore generale reggente di Catanzaro e troveremo due anni fa a togliere l’inchiesta ‘Why Not’ dalle mani di De Magistris. Tutte cosa naturalmente da verificare. Resta il fatto che alla vigilia della verbalizzazione delle rivelazioni, Ilardo viene con precisione cronometrica assassinato e quindi quello che ha detto assume una discreta importanza.     

Gente di ‘casa nostra’      

In questo processo, tramite il colonnello Riccio, Ilardo dall’aldilà parla tramite le agende del colonnello Riccio. E il colonnello Riccio conclude i tre giorni, lettura e udienza, dedicati al suo esame, alla sua deposizione ricordando che il generale Mori gli ordinò di non scrivere nei rapporti investigativi nessun nome politico tra quelli fattigli da Ilardo, nemmeno quello di Dell’Utri.
Mori e altri spiegarono al colonnello Riccio che Dell’Utri e Berlusconi stavano facendo le stesse battaglie contro i giudici che interessavano al R.O.S. e che insomma, questa fu l’espressione, ‘Berlusconi e Dell’Utri sono di ‘casa nostra’. Cioè noi dei R.O.S. dei Carabinieri, apparteniamo alla stessa casa di Berlusconi e di Dell’Utri’. Nel processo vedremo se questa mancata cattura di Provenzano è reato, se è stata fatta per favorire la mafia oppure no, già sappiamo, per quello che dice Riccio, che Provenzano poteva essere catturato undici anni prima, quando era ancora un po’ più in carne, un po’ più in forze e soprattutto un po’ più potente, un po’ più importante. Soprattutto sappiamo che di questo processo non si deve parlare. Non si deve parlare perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e mafia. E quello è un tema che non può essere affrontato dall’informazione italiana perché è un tema che riguarda la nascita della Seconda Repubblica. Una Seconda Repubblica che non è purtroppo nata dal sangue della Resistenza, ma è nata dal sangue delle stragi e quindi chi ne parla o chi ne vuole parlare, letteralmente, muore. Passate parola!”     

* Fonte: http://www.beppegrillo.it/  –  http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Le mafie nel pallone

La denuncia di don Ciotti “Il calcio è della mafia”

http://www.antimafia.tv/

Riciclaggio di soldi mediante sponsorizzazioni, partite truccate, scommesse clandestine, presidenti prestanome,il grande affare del mondo ultrà, le scuole calcio.


Questi i temi di “Le mafie nel pallone – Storie di criminalità e corruzione nel gioco più truccato al mondo. Potenza Calcio: il caso limite”, dossier presentato oggi a Roma, anticipazione del libro “Le mafie nel pallone” del giornalista Daniele Poto, edito dal Gruppo Abele Edizioni, con una prefazione di Gianni Mura, in uscita nelle librerie a settembre.

Alla conferenza stampa erano presenti, oltre all’autore, Don Luigi Ciotti, Presidente nazionale di Libera, Don Marcello Cozzi, referente di Libera Basilicata, Valerio Piccioni, giornalista della Gazzetta dello Sport.

“Il calcio non è un mondo isolato” – ha dichiarato Don Marcello Cozzi – “ma risente dei problemi del territorio”. E dunque infiltrazioni mafiose e corruzione. Un dato che non deve stupire poichè, come ha spiegato Don Ciotti durante la conferenza stampa, da sempre le mafie controllano anche le società calcistiche. Per i clan, infatti, le squadre sono una garanzia di visibilità, un mezzo per controllare il territorio e arruolare nuove leve, riciclare denaro.

Secondo Daniele Poto, si tratta di una realtà inquietante, poichè i collegamenti e le collusioni con le mafie sono vastissimi, sono oltre 30 i clan coinvolti, e hanno origini lontane nel tempo. Si tratta di un fenomeno diffuso tanto al centro-sud quanto al nord d’Italia: Lombardia, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, e sospetti in Abruzzo, queste le regioni interessate.

Nel dossier viene presentato il caso-limite del Potenza Calcio e del suo Presidente Giuseppe Postiglione, che in soli tre anni ha portato la squadra in serie B, salvo poi essere esclusa dal campionato professionistico.

Come reagire? Con il coraggio della denuncia e la forza della proposta: queste le esortazioni di Don Ciotti. Ed è ciò che fanno quotidianamente i ragazzi di Libera, “antenne del territorio”, come le definisce il Presidente di Libera, che invoca anche l’indispensabile collaborazione con gli organi competenti.

(Fonte articolo: http://www.libera.it)

* Facebook, iscrivetevi al canale:
http://www.facebook.com/pages/Antimafia/124643360907141

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: