Lodo Mondadori con sconto – Berlusconi pagherà 560 milioni

www.antimafia.tv

9 luglio 2011
(*) La sentenza dei giudici civili abbassa esattamente di un quarto la cifra che il Cavaliere dovrà versare alla Cir di Carlo De Benedetti. In primo grado era stato fissato un risarcimento di 750 milioni di euro
Sentenza con maxi-sconto. Poco meno di 200 milioni. Di tanto è stato abbassato il conto (comunque salatissimo) che Silvio Berlusconi dovrà pagare al suo storico avversario Carlo De Benedetti. La sentenza d’Appello, le cui motivazioni sono state depositate questa mattina, è immediatamente esecutiva. Si conclude così la vicenda del cosiddetto lodo Mondadori. In primo grado la Fininvest del Cavaliere era stato condannata a pagare 750 milioni di risarcimento. L’intera vicenda in sede civile prende spunto dall’iter penale che ha visto le condanne di Previti, Metta, Pacificio e Acampora per corruzione dello stesso giudice Metta che, fu provato dall’accusa, ricevette denaro per modellare a favore del Cavaliere la disputa con Formenton prima e con la Cir di De Benedetti poi per la conquista della maggiore casa editrice italiana.
(Lodo Mondadori, la storia giudiziaria:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/09/lodo-mondadori-la-storia-giudiziaria/144201/  )

“La sentenza Metta fu ingiusta”. Questo scrivono oggi i giudici. Per i quali “con Metta non corrotto il lodo sarebbe stato confermato”. Il riferimento è alla decisione del 24 gennaio del 1981 della Corte d’Appello di Roma che stabili’ invece nulli gli accordi intervenuti in precedenza tra la famiglia Formenton e la stessa Cir riconsegnando così la Mondadori a Berlusconi. Inoltre, nelle 300 pagine del documento si sostiene che la Cir subì un danno immediato e diretto dalla sentenza  Metta. Si tratta di una tesi diversa da quella prospettata dal giudice di primo grado, Raimondo Mesiano, il quale invece parlò di “perdita di chance”, nel senso che la sentenza frutto della corruzione indebolì la posizione negoziale di Cir nei confronti di Fininvest.

L’inchiesta penale è iniziata nel 1996 dopo le dichiarazioni di Stefania Ariosto. Il processo, arrivato in Cassazione nel 2007, ha stabilito che Cesare Previti fece arrivare a Metta 400 milioni di lire. Un bel tesoretto veicolato grazie alla collaborazione degli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. Il pagamento, ricostruiscono i giudici, è servito a pagare il verdetto con il quale lo stesso Metta annullò il lodo Mondadori di allora. In primo grado, infatti, la contesa per la casa editrice, inizialmente nelle mani della famiglia Formenton, era andata a De Benedetti. E solo in secondo grado, e grazie alla corruzione, la partita è girata a favore del presidente del Consiglio. Che, trovatosi in una posizione di forza, ha potuto condurre la mediazione con Cir. E lo ha fatto grazie all’intervento dell’allora andreottiano e oggi deputato Pdl Giuseppe Ciarrapico. La spartizione conclusiva ha visto il Cavaliere incassare il gruppo editoriale con i libri, il settimanale Panorama e 365 miliardi in contanti. A De Bendetti invece sono andati l’Espresso, Repubblica e i quotidiani locali Finegil.

La somma fissata oggi dai magistrati prevede il risarcimento in 540 milioni. Quindi gli interessi legali pari al 2,5% e contabilizzati a partire dall’emissione della sentenza di primo grado, vale a dire dall’ottobre 2009. Quindi le spese legali fissata a 8 milioni. Alla base, poi, del maxi-sconto ci sono le conclusioni della consulenza tecnica. Obiettivo capire “se fra giugno 1990 e aprile 1991 siano intervenute variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio tra le parti”. Risultato: i periti hanno calcolato una riduzione del 18,8%.

La questione ora è capire quali saranno i tempi del risarcimento. Nella giustizia civile le sentenze diventano subito esecutive. In questo caso, però, le due parti, il giorno dopo la sentenza di primo grado, raggiunsero un accordo per congelare il pagamento in cambio di una fidejussione da 800 milioni prestati da quattro banche alla Fininvest in favore della Cir. Ottenuto questo, la corte si impegnò a concludere l’Appello (iniziato nel febbraio 2010) in tempi brevi. A questo punto, ancora pochi giorni utili a ritirare la sentenza e la Cir di De Bendetti potrà andare all’incasso dei 560 milioni di euro. Ed è proprio questo passaggio che il Cavaliere voleva evitare. E per farlo ha infilato un codicillo (poi ritirato) nella manovra per bloccare il pagamento in attesa del giudizio della Cassazione.
(*) Fonte articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/
(*) Fonte video: http://www.la7.it/

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Donne e bambini innocenti, schiavitù sessuale: la mafia nel mondo gode e guadagna [Legendas Brasil]

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Este vídeo é  divulgado na véspera do Ano Novo de 2011  para nós nunca esquecermos quantas coisas horríveis continuam acontecendo no nosso mundo estranho.


Il video viene pubblicato alla vigilia del nuovo anno 2011, per non dimenticarci mai di quante, troppe cose orrende ancora accadono nel nostro strano mondo.
In Thailandia, Indocina, Cambogia, in Asia in particolare, la mercificazione del corpo per l’elevata povertà viene vissuta dai turisti come un diletto, svago, per soddisfare i loro appetiti sessuali. In particolare sono gli europei, orgogliosi di trascorrere un periodo di vacanza insieme a povere ragazze e ragazzi che nulla hanno di diverso da noi se non la miseria, la mancanza necessaria per sopravvivere. In questo primo video (due in totale, per una durata di circa 30′), potrete vedere lo squallore, dove le mafie hanno messo radici da tempo; le risate, ilarità dei turisti, soddisfatti di poter fare sesso per un solo euro.
Vedere le giovanissime ragazze che devono sempre cercare di essere gentili, servizievoli e accondiscendenti, perchè diversamente, se così non facessero, avrebbero come ricompensa percosse, picchiate e pagate simbolicamente solo per non aver soddisfatto a pieno il loro cliente.
Nella seconda parte del video che verrà pubblicato, la situazione diventa sempre più drammatica: la pedo-pornografia, la ricerca di giovani che devono avere meno di 10 anni per realizzare video e foto per poi rivenderli o scambiarseli tra pedofili.
Spesso è possibile acquistare un bambino, con la sicurezza che dopo il pagamento nessuno possa rintracciare l’aquirente, e così i bambini dai 7 ai 12 anni spariscono nel nulla, venduti come oggetti, merce di scambio. Vedrete una bambina che mentre conversa con il giornalista, domanda se anche lui è della mafia e dopo essersi assicurata che non lo sia, sorride e continua a rispondere raccontando la sua disperata vita, dove la necessità di acquistare una mucca per la sua famiglia la spinge a sottomettersi ai mafiosi della città. Purtroppo queste giovani vite non avranno mai quello che avevano patuito, perchè il denaro non sarà mai sufficiente: le organizzazioni mafiose donano spiccioli di soldi, non consentendo mai di raggiungere la cifra necessaria per scappare, lasciare quei luoghi di perversione, umiliazione, sofferenza.

Dedicato a tutte le Donne e Uomini che nel mondo vengono utilizzati peggio di animali, carne da macello. Sensibilizzare l’opinione pubblica per denunciare quei Paesi che fanno affari con la mafia, boicottare gli Stati che guadagnano con il traffico illecito della prostituzione minorile e la vendita di poveri bambini innocenti, colpevoli di una società che non vuole aiutarli, capirli, sentirli, ma soprattutto “Amarli”.

* Legendas Brasil:
Este vídeo é  divulgado na véspera do Ano Novo de 2011  para nós nunca esquecermos quantas coisas horríveis continuam acontecendo no nosso mundo estranho.
Na Ásia (Tailândia, Indochina, Camboja) em particular, a comercialização do corpo e o alto índice de pobreza é vivido pelos turistas europeus como um prazer em entreter e satisfazer seus apetites sexuais. O orgulho de passar férias junto com meninas e meninos pobres que não têm nada diferente de nós, além da pobreza e miséria. Neste primeiro vídeo (dois no total, com cerca de 30 minutos) você vai ver a miséria, onde as gangues tomaram força durante algum tempo. O riso de turistas felizes por serem capazes de fazer sexo por um euro. Vejam as prostitutas que estão sempre tentando agradar. Muito prestativas e condescendentes, pois caso, do contrário, o castigo seria certamente o espancamento.  Eles são castigados simplismente porque não satisfazem plenamente seus clientes.  Na segunda parte do vídeo a ser lançado, a situação se torna mais dramática: Pornografia infantil, busca de jovens que devem ter menos de 10 anos para fazer vídeos, fotografias e até mesmo serem vendidos ou trocados entre os pedófilos.
Muitas vezes você pode comprar uma criança com a garantia de que ninguém poderá rastreá-lo após o pagamento. E assim, crianças entre 7 e 12 anos desaparecem no ar vendidas como objeto ou uma moeda de troca. Você verá uma menina conversando com o repórter. Ela pergunta se ele é da máfia e depois de ter certeza que não, sorri e continua a responder contando sua vida desesperada. Até onde é necessário submeter-se à máfia para comprar uma vaca e dar de alimento a sua família?
Infelizmente a vida desses jovens nunca será a mesma, porque o dinheiro nunca será suficiente. As organizações mafiosas cedem dinheiro, mas nunca chegará ao montante necessário para fugir. Deixar os lugares de perversão, humilhação e sofrimento é praticamente impossível.
Dedicado a todos os homens e mulheres no mundo que são escravizados pior do que animais. Para sensibilizar a opinião pública, para denunciar aqueles países que fazem negócios com a Máfia, para boicotar os estados que ganham com o tráfico da prostituição infantil e a venda de pobres crianças inocentes. Crianças crédulas. Acreditam em “empresas” que jamais estederão as mão para judá-los, entendê-los ou ouvi-los. Especialmente entender e ouvir o amor deles.
* Para a tradução, um agradecimento especial ao meu parceiro Dilson.

Arrestato il boss Antonio Iovine

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L'immagine, presa dal sito internet della Polizia di Stato, mostra Antonio Iovine.Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi 17 novembre 2010 dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni  ANSA/POLIZIA DI STATO

L'immagine, presa dal sito internet della Polizia di Stato, mostra Antonio Iovine.Il boss della camorra e capo storico del clan dei Casalesi Antonio Iovine è stato arrestato oggi 17 novembre 2010 dalla Polizia. Iovine era latitante da oltre 14 anni ANSA/POLIZIA DI STATO

(17 novembre 2010)
Arrestato il boss Antonio Iovine
È uno dei capi storici dei Casalesi. Era latitante da oltre 14 anni. Applauso dei poliziotti all’arrivo in Questura.
Il ministro Maroni: «questa è l’antimafia dei fatti»

CASERTA – Ha tentato di fuggire dal terrazzo. L’ultimo, disperato tentativo. La lunga latitanza di Antonio Iovine è però finita. Il boss della camorra, considerato uno dei criminali più pericolosi dal Viminale,
è stato arrestato a Casal di Principe. Il blitz della Squadra Mobile di Napoli ha avuto successo: Iovine, che non era armato, alla fine non ha opposto alcuna resistenza. L’abitazione in cui è stato individuato era di un suo conoscente,
e la cattura è stata possibile grazie a pedinamenti e accertamenti su parenti e fedelissimi del latitante.
Gli inquirenti si sono messi subito alla ricerca di eventuali armi e documenti che potrebbero tornare utili
per le indagini sulla potente cosca dei Casalesi. Iovine è stato poi trasportato a bordo di una Mercedes
in Questura a Napoli dove è arrivato alle 16,48. Era sorridente.
Il boss è stato fatto salire al secondo piano dai garage, mentre applausi e urla di soddisfazione da parte poliziotti risuonavano nei corridoi. Qualcuno applaudiva anche dalle finestre.

LE REAZIONI – «Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia, tra pochi minuti vedrete…»
aveva affermato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, conversando con i giornalisti a Montecitorio, appena pochi minuti prima che arrivasse l’annuncio dell’arresto del boss. Poi. dopo l’ufficialità dell’arresto,
il suo commento, legato anche alla polemica aperta con Saviano: Questa è l’antimafia dei fatti.
Tutto il tresto non mi tocca».
«È un giorno felice – ha confermato il procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore – anche perché l’operazione dimostra che forze dell’ordine e Dda di Napoli riescono a  ottenere importantirisultati sul territorio. Iovine – ha proseguito – era uno dei due latitanti più importanti dei Casalesi, l’altro è Michele Zagaria. Ora ci resta da arrestare anche lui». «Firmerò subito la richiesta di 41 bis» ha annunciato dal canto suo il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Questa è una ulteriore conferma – aggiunge – che la squadra Stato vince e l’antimafia giocata batte quella parlata». L’arresto di Iovine è la migliore risposta a tante chiacchiere».

SAVIANO – Sull’arresto del boss dei casalesi è intervenuto anche lo scrittore Roberto Saviano in questi giorni sotto i riflettori per la trasmissione televisiva che conduce con Fabio Fazio e per la polemica che l’oppone a Maroni a seguito delle dichiarazioni rilasciate prima in tv e poi in un’intervista: «Aspettavo questo giorno da quattordici anni. L’arresto di Antonio Iovine , rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata. Iovine è un boss imprenditore, in grado di gestire centinaia di milioni di euro. Ora – continua Saviano – spero che si possa fare pulizia a 360 gradi. Come dimostrato dalla relazione della Dia di oggi, bisogna aggredire il cuore dell’economia criminale, la Lombardia, dove le mafie fanno affari e influenzano la vita economica, sociale e politica».

CHI ÈAntonio Iovine, detto O’ninno, era nella lista del Viminale dei 30 latitanti più pericolosi, assieme – tra gli altri – a Matteo Messina Denaro, numero uno di Cosa Nostra, e Michele Zagaria, dei Casalesi. Quarantasei anni, nativo di San Cipriano d’Aversa (Caserta), Iovine deve scontare la pena dell’ergastolo comminata nei suoi confronti in sede di appello al maxiprocesso Spartacus, nel giugno del 2008. Componente con Zagaria della diarchia che dalla latitanza ha diretto gli affari criminali del clan, Iovine è considerato il ‘boss manager’, la mente affaristica del sodalizio impegnato tra le altre attività anche nel business della spazzatura. A lui viene attribuita la capacità del clan di espandere i propri interessi ben oltre i confini campani. È Iovine, per gli inquirenti, a rappresentare per anni la camorra che fa affari e che ricicla i proventi delle attività illecite, droga e racket su tutte, nell’economia pulita e nel business del cemento fino a costruire l’impero di ‘Gomorra’, come testimoniato dai continui sequestri di beni disposti da parte della magistratura.

17 novembre 2010

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N.B.: proprietà e diritti articolo http://www.corriere.it/

I Pastori Sardi in Lotta contro le ingiustizie subite

Il malcontento dei pastori è dato da una situazione divenuta oramai drammatica: una gran parte dei terreni è in mano alle banche che si comportano nei confronti di chi da quella terra trae il suo sostentamento, come veri e propri usurai, applicando a contratti stipulati in precedenza, tassi
d’ interesse insostenibili per gli allevatori, senza che questi vengano sostenuti dalla regione in maniera incisiva.
Oltre a questo il prezzo del latte irrisorio (meno di 0.60 euro a litro) rischia di compromettere il sistema economico
di tutti quei paesi che dipendono in maniera vitale dal settore agro pastorale.

PASTORE SARDU, NON T’ARRENDAS COMO.


Il Movimento Pastori Sardi nasce negli anni Novanta alla conclusione di una manifestazione organizzata dalla Coldiretti a Cagliari rivelatasi un’ulteriore occasione di rafforzamento del sindacato ma di fatto di nessuna utilità per la categoria agricola e pastorale.
In questa circostanza, un gruppo di giovani esuberanti, delusi dall’ennesimo esito inutile della manifestazione, decidono di continuare la loro battaglia da soli, dando vita ad un movimento autonomo e apolitico, disposto a lasciare le proprie campagne e scendere in piazza affinché venga dato il giusto riconoscimento al proprio lavoro
senza l’intervento di intermediari che si accontentano delle “piccole briciole” concesse dai politici del momento.
Battaglia dopo battaglia, il movimento ha attirato a sé un numero sempre maggiore di sostenitori
che oggi sembra rappresentare la maggioranza della categoria dei pastori.

 

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In ricordo di Simonetta Lamberti

Troppe vittime innocenti vengono presto dimenticate: mia sorella è stata uccisa a 11 anni, senza un xkè…io nonh l’ho mai potuta conoscere, nè ho potuto fare qualcosa x Lei. Quello ke sento di dover fare, con tutte le mie forze, è non xmettere ke la sua/nostra tragedia resti ancora nell’oblio…. tutti devono ricordare, tutti devono “conoscerla”..XKè RICORDARE è UN DOVERE DI TUTTI….
Serena Lamberti

Simonetta Lamberti

Simonetta Lamberti (1972 – Cava de’ Tirreni, 29 maggio 1982)
era una bambina di 10 anni uccisa casualmente da un killer della camorra nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina, con il quale stava rincasando in auto a Cava de’ Tirreni.
È ricordata come la prima di una serie di bambini vittime innocenti, uccisi per caso (in genere da proiettili vaganti) o per particolare crudeltà durante le guerre di camorra degli anni ’80,
e l’acuta impressione generata dall’evento fu subito simboleggiata da un monumento eretto in suo onore a Cava de’ Tirreni pochissimo tempo dopo i fatti.
Il monumento, un cippo marmoreo spezzato realizzato grazie ad una spontanea seguitissima sottoscrizione della cittadinanza, fu in seguito rimosso a causa dei lavori per alcune opere pubbliche e solo dopo circa dieci anni fu possibile ripristinarlo.
Simonetta Lamberti
A Simonetta Lamberti è intitolato lo stadio di Cava de’ Tirreni.
Alla memoria di Simonetta sono state dedicate anche diverse iniziative, fra le quali seminari di studi per magistrati.
Lo scrittore Roberto Saviano ha indicato in Raffaele Cutolo il mandante dell’omicidio. Dal carcere di Novara,
in cui è rinchiuso.

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* Realizzazione e proprietà video: Paolo Piscone.

Francesco Carbone, Il Coraggio di Denunciare

Tutta la vicenda su Poste Italiane denunciata da Francesco Carbone
(il coraggio di denunciare)


Mi chiamo Carbone Francesco e scrivo per metterla al corrente della mia vicenda che per la quale ho avuto a che fare con elementi dei servizi segreti e massoneria.

Venerdì 1 ottobre 2010

Premesso che di tutto ciò che denuncio, ho e ho consegnato le prove:
foto,
video,
documenti cartacei ufficiali, registrazioni telefoniche e degli incontri avvenuti con i Dirigenti di Poste Italiane,
ditta Appaltante,
dirigenti usl 20 Verona,
Procura di Verona,
Guardia di Finanza di Verona.

Ho denunciato con denuncia querela i capi della Procura di Verona Papalia e Schinaia, i quali, pur avendo in mano tutte la prove fornite da me allegate alla mia denuncia penale contro alti dirigenti Di Poste Italiane, Dirigenti dell’Ispettorato del Lavoro, Dirigenti dello Spisal (USL), ditte appaltanti e un dirigente della Cgil, non hanno fatto alcuna indagine e dopo 17 mesi e 8 giorni hanno archiviato la mia denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede in base all’art 408 cpp, inserendola volontariamente a mod 45 Fatti non costituenti reato per distogliere dall’azione penale gli alti funzionari che avevo denunciato per gravi reati penali .

Hanno leso il mio diritto di avere giustizia per i diritti negati e hanno leso l’erario dello stato per le somme non recuperate dall’evasione fiscale che ho documentato, e il non recupero delle somme che dovevano essere sanzionate per lo sfruttamento di lavoro nero e le gravi carenze di igiene e sicurezza nei posti di lavoro.

Brevemente spiego la situazione.

Io per 7 anni sono stato responsabile su Verona della ditta che ha l’appalto di Poste Italiane
fino a quando sono stato costretto a dare le mie dimissioni a seguito di minacce e vessazioni ricevute dall’amministratore della ditta appaltante, e dagli alti dirigenti di Poste Italiane per le mie lamentele sulle lacune lavorative che praticamente erano:
nessun tipo di sicurezza e igiene sul posto di lavoro, obbligati a fare lavori che non ci competevano per contratto, presenza di lavoratori in nero, straordinari sottopagati in nero, mezzi di trasporto mal messi e spesso senza revisione, estorsione di denaro agli autisti prelevato dalle buste paga sotto forma di rimborso, continui insulti e minacce dal personale e dai dirigenti di Poste Italiane.

Praticamente ho denunciato i fatti al dirigente della Cgil il quale oltre a non fare niente mi ha consigliato di non disturbare gli alti Dirigenti di Poste Italiane che in quel momento erano occupati a preparare i nuovi appalti, in quanto avrei perso il posto di lavoro e vedendo la mia perseveranza, ha riferito a tutti gli autisti che per colpa mia e delle mie continue lamentele avrebbero perso il posto di lavoro, creando attorno a me il vuoto.

Ho denunciato presso l’ispettorato del lavoro la presenza, all’interno di Poste Italiane, di lavoratori in nero con tesserino identificativo fornito dai dirigenti di Poste Italiane e non è stato fatto alcun controllo, inoltre alla richiesta di informazioni da parte della Procura di Verona, il direttore ordinario Palumbo risponde che non ha proceduto all’ispezione in quanto nutriva forti dubbi sulla veridicità di ciò che io avevo denunciato ma non verifica la veridicità e non mi denuncia per false informazioni a un pubblico ufficiale.

Ho denunciato presso lo Spisal di Verona (USL) tutte le irregolarità riguardanti la sicurezza e igiene nei posti di lavoro ed è stato fatto solo qualche controllo a seguito della mia minaccia di denunciarli per omissione di atti d’ufficio, tra l’altro la mia denuncia presentata il 28/09/2007 e’ stata protocollata il 13 novembre 2007 subito dopo la mia minaccia di denunciarli alle autorità.

Ho collaborato per mesi con elementi dei Servizi Segreti della Guardia di Finanza di Verona e volontariamente non e’ stato fatto alcun controllo ne sull’evasione fiscale da me documentata, anzi mi hanno fatto ritardare la denuncia che dovevo presentare in procura.

Sono stato minacciato dagli uomini di fiducia dell’appaltante dicendomi che era inutile mettermi contro di loro in quanto l’appaltante era il nipote dell’ex capo della Polizia e dei Servizi Segreti Ferdinando Masone e erano appoggiati molto bene politicamente e tra l’altro anche se avessi fatto denunce alla magistratura, l’allora ministro della Giustizia era Mastella e a loro dire, era in stretto contatto con tutti gli appaltanti del centro sud Italia.

Dopo tutto ciò essendo sicuri di essere intoccabili avendomi fatto terra bruciata attorno, il Direttore del Triveneto di Poste Italiane Roberto Arcuri a seguito della mia caparbietà a non fare lavori che non mi competono per contratto o che vanno contro la sicurezza, manda una raccomandata al mio datore di lavoro obbligandomi a non entrare in tutti gli uffici di Poste Italiane e di consegnare il pass di entrata, in quanto elemento indesiderato per aver chiesto il rispetto del contratto e della sicurezza sul lavoro.
A questo punto prendo tutta la documentazione in mio possesso ( documenti, foto e video) e vado a presentare denuncia alla Procura della Repubblica allegando il tutto.
Dopo un mese il mio avvocato viene convocato per consegnare alla procura tutti i numeri di telefono di tutti i lavoratori in nero e poi il nulla.

Nessuna convocazione e dopo 17 mesi e 8 giorni , dopo che gli appalti erano stati riconsegnati alle stesse ditte, il capo della procura Schinaia mi archivia la denuncia senza neanche avvisarmi come la legge prevede, con nessuna motivazione e senza interpellare il Gip (FACCIO PRESENTE CHE ALL’EPOCA DEI FATTI OLTRE A ESSERE PERSONA OFFESA DAI REATI ERO INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO OBBLIGATO DAL CODICE PENALE A DENUNCIARE FATTI DI RILEVANZA PENALE).

Secondo lei è giusto e normale in una Nazione definita Civile, perdere il posto di lavoro, perdere la dignità, perdere il diritto di avere giustizia per aver fatto il mio dovere e aver preteso i miei diritti?

Mi sono dovuto ritrasferire con tutta la mia famiglia nella mia terra di origine la Sicilia.

Mi ritrovo disoccupato da 2 anni, deriso e guardato male da tutti in quanto mi sono messo contro alti Dirigenti pensando di avere giustizia e come ciliegina sulla torta mi viene negato il diritto di chiedere il risarcimento dei danni subiti da me e dalla mia famiglia.

Agli atti delle indagini mancano documenti importanti che erano stati inseriti a loro dire dai miei avvocati e che comunque dovevano inserire i direttori di ulls e direzione lavoro nelle loro misere e false perizie. Per questo motivo e per tutti gli altri motivi gravi ho scritto al presidente della Repubblica e al Ministro Alfano chiedendo che immediatamente vengano inviati gli ispettori a Verona per sequestrare e verificare l’operato del Capo della Procura.

Ancora una volta nessuno si muove e nessuno fa niente.

Ho consegnato la richiesta fatta al ministro Alfano e la lettera

al Presidente della Repubblica allegando tutta la documentazione in mio possesso più le denunce anche a:

Procura di Roma
Procura Generale di Roma
Consiglio Superiore della magistratura
.

A tutt’ora nulla………..

Ho fatto tante altre denunce querele in seguito all’archiviazione e sono tutte ferme nelle procure di Verona Venezia e Roma e sicuramente insabbiate con il mod 45 classificando le mie denunce criminalmente come fatti non contenenti reato per autoarchiviarle senza fare alcuna indagine in quanto non sono stato convocato da nessuno.
L’Onorevole Fini ha posto la mia denuncia all’attenzione della Commissione competente e non ho ricevuto alcuna risposta.

La mia dettagliata denuncia si trova anche all’attenzione del Ministro Sacconi e la Direzione Generale del Ministero del Lavoro e non ho ricevuto alcuna risposta e nessuna ispezione e’ stata fatta.

La mia denuncia dettagliata si trova anche all’attenzione del Ministro Brunetta il quale l’ha posta all’attenzione dell’ispettorato della Pubblica funzione a dicembre del 2008 a tutt’ora non ho ricevuto alcuna risposta e nessuna ispezione e’ stata avviata.

Il 28 aprile ho inviato una richiesta di intervento disciplinare al CSM per i procuratori che volontariamente hanno messo la mia denuncia querela a mod 45 per autoarchiviarla.

Ho chiamato il CSM e mi hanno risposto che la mia richiesta e’ in mano al relatore dal 5 maggio e la pratica e’ 309/2010.

Giorno 07 giugno 2010 il CSM mi risponde con una lettera ciclostilata inserendo anche ciò che avevo chiesto nella prima istanza, che le richieste disciplinari le possono richiedere solo il Ministro e il Procuratore Generale della Corte di Cassazione e per ciò non faranno alcun intervento sia nei confronti dei procuratori Capo e non saranno aperte le indagini sulla denuncia auto archiviata con metodi criminali e mafiosi.

Mi invitano a rivolgermi alle autorità competenti per denunciare civilmente o penalmente i Procuratori Capo Papalia e Schinaia, pur avendogli consegnato nella documentazione anche la denuncia querela presentata a Verona il 23 Febbraio 2010 nei confronti dei Procuratori Capo e gli appartenenti dei Servizi Segreti e tutti coloro che hanno impedito, ritardato, omesso le normali procedure di indagini, occultando documenti o presentando documenti totalmente falsi.

Pur essendo coinvolte le Procure di Roma, Verona, Venezia, e Termini Imerese in quanto le denunce querele, anche se per diversi reati, sono tutte collegate alla prima denuncia autoarchiviata, non ho mai potuto parlare e non sono mai stato convocato da nessun Magistrato o forze dell’ordine in merito a ciò che ho denunciato.

Violando l’art 112 della Costituzione, ( il Magistrato ha l’obbligo dell’azione penale), non viene avviata alcuna indagine o procedimento penale ne nei confronti di chi ho denunciato e neanche nei miei confronti per calunnia , false informazioni a pubblici ufficiali e non vengo neanche denunciato per diffamazione pur avendo pubblicato via web e in particolar modo su facebook non solo la vicenda ma anche le denunce scannerizzate foto e video.

L’unica cosa di cui sono certo e’ che per fatto il mio dovere, mi ritrovo disoccupato, senza giustizia e attenzionato dalla Digos come se fossi un criminale.

Spero che qualcuno abbia modo di indirizzarmi a qualche Magistrato onesto, organo di informazione e che mi convochi per poter dire tutto ciò che so e il tutto con prove alla mano, foto, video, documentazione cartacea, registrazioni telefoniche e registrazioni audio delle offerte per comprarmi e delle minacce per farmi star zitto.

Con immensa stima

Francesco Carbone

Villafrati (PA) 90030

3470752316
Nella mia pagina Francesco Carbone (il coraggio di denunciare)

trovate gran parte delle mie denunce scannerizzate, articolo su la Voce delle Voci del mese di Giugno 2010, intervista integrale rilasciata a TV ALFA LICATA e il 3 luglio ho rilasciato un’intervista di 2 ore a RADIO 100 Passi, foto e video inerenti la denuncia.

Se lo ritenete opportuno condividete i miei link per diffondere questa vergogna Italiana e in invitate gli amici a iscriversi nella pagina
http://www.facebook.com/pages/Francesco-Carbone-il-coraggio-di-denunciare/107453602609163

Le amicizie chiedetele a Francesco Carbone Due
http://www.facebook.com/profile.php?id=100001188001617

N.B.: la sezione dedicata a questo caso di malagiustizia, potete consultarla nel portale Antimafia.Tv;
con la precisazione di ampliare totalmente, con esposti/denucia quello che fino ad ora non è stato fatto:
GIUSTIZIA!
Francesco Carbone, “Il Coraggio di Denunciare”
Per tutte le persone che lavorano negli Uffici delle Poste Italiane indicate da Francesco Carbone, sono invitate a presentare le loro opinioni e testimonianze utilizzando email antimafia@antimafia.tv
o telefonare al numero +39 3485556998

19 luglio 1992 Strage via D’Amelio

http://www.antimafia.tv/     

Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

 

 Scritto da Marco Travaglio
(Lunedì 19 Gennaio 2009)     

“Buongiorno a tutti,
oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato. Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne parla. E dopo capirete il perché.
A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE. Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario Mori. Un omino piccolo, un valoroso ufficiale dell’Arma, che ha lavorato con Dalla Chiesa ai tempi del terrorismo, che ha lavorato al R.O.S. – il Reparto Operazioni Speciali dei Carabinieri – ha guidato il R.O.S.
E’ un pluridecorato e plurimedagliato per la cattura di Riina e altri latitanti mafiosi, eppure pare nasconda dei segreti. Pare. Nessuno è in grado di affermarlo con certezza. Il processo è in corso. Ma io ne sarei abbastanza certo in quanto penso che questo sia una delle massime eccellenze investigative che abbiamo avuto in Italia. E che evidentemente nella stagione delle stragi di mafia è stato investito da un qualche potere che non conosciamo – ecco perché dico ‘pare’ che nasconda dei segreti – del compito, dell’ingrato compito, del terribile compito di trattare con la mafia mentre l’Italia veniva messa a ferro e fuoco dalle bombe, in Sicilia nel ’92 e addirittura nel continente, a Milano, Roma e Firenze, nel ’93.     

Il mancato arresto di Provenzano nel 1995      

Ora però non è imputato per quello, è imputato per una questione che potrebbe spiegare quella trattativa e potrebbe spiegare quel misterioso episodio che è stato oggetto di un altro processo che immediatamente precede l’episodio per il quale Mori adesso è imputato, la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Questo processo si riferisce a un altro episodio, che segue di due anni la mancata perquisizione del covo di Riina e risale al 1995 e precisamente al 31 ottobre 1995. Che cosa accade il 31 ottobre del 1995? Un colonnello dello stesso R.O.S. dei Carabinieri, grazie a un mafioso suo confidente sotto copertura – infiltrato nella mafia, ma confidente dei Carabinieri – riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Provenzano nel 1995, due anni dopo la cattura di Riina, due anni dopo le ultime stragi, è il capo indiscusso di Cosa Nostra. Il confidente avverte il colonnello dei Carabinieri, che si chiama Michele Riccio, il consulente si chiama Luigi Ilardo. Il Carabiniere riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Di più, incontra Provenzano. Ha un appuntamento con Provenzano in questo capanno di Mezzojuso. È un centro di campagna, una trentina di chilometri a sud di Palermo. Quindi dice: “Sto per incontrare Provenzano, venitemi dietro che vi faccio catturare Provenzano!”. Il colonnello Riccio entusiasta parla con i vertici del R.O.S., che sono i generali – c’è il colonnello Mori che è il capo operativo – c’è il braccio destro di Mori che è l’allora maggiore Mario Obinu, i quali decidono di non catturare Provenzano, ma semplicemente di far pedinare il confidente a distanza per vedere dove va, e poi cercare di catturare Provenzano quando saranno tutti pronti. Purtroppo passata quella occasione, Provenzano non ne consentirà un’altra. Fino a quando, undici anni dopo, all’indomani delle elezioni vinte dal centro-sinista quasi tre anni fa, Provenzano verrà catturato, o verrà consegnato, o si consegnerà, o si lascerà prendere. Perché sapete che le catture dei boss in Sicilia destano sempre degli interrogativi, dubbi, interpretazioni pirandelliane, come quel gioco di specchi, dove non si riesce mai a capire chi ha fatto che cosa. Esattamente come la cattura di Totò Riina nel ’93.     

Lo Stato era compatto nella lotta alla mafia?      

“]”]”]19 luglio 1992

"19 luglio 1992" Via D'Amelio - Palermo

 

Ecco, questo processo, se uno lo conosce, consente alla gente di capire – non solo gli esperti, ma la gente comune – cosa è successo tra lo Stato e la mafia negli ultimi quindici anni. Potrebbe riscrivere, questo processo, la storia della mafia e dell’antimafia degli ultimi quindici, vent’anni. E infatti i pubblici ministeri – il pubblico ministero principale (sono in tre che lavorano: sono Nico Gozzo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo), quello che si è occupato fin dall’inizio di questa indagine è Nino Di Matteo, il 15 luglio dell’anno scorso quando è iniziato il processo, dopo il rinvio a giudizio di Mori e di Obinu, ha tracciato davanti ai magistrati la sua ipotesi accusatoria. Dicendo: “in questo processo intendiamo dimostrare questo, questo e quest’altro, con le seguenti prove e le seguenti testimonianze ecc.” Naturalmente è intervenuto l’avvocato Pietro Miglio, in rappresentanza della difesa dei due ufficiali, il quale invece ha detto: “noi dimostreremo che i nostri due clienti, Mori e Obinu, sono innocenti, che non c’è nessun mistero, che Provenzano non si faceva catturare.”
Qual è l’ipotesi accusatoria che a noi interessa? Non è tanto interessante sapere se Mori e Obinu hanno commesso dei reati, quelli sono fatti loro, dei magistrati, degli avvocati. Quel è il processo nel suo aspetto giuridico. Poi c’è l’aspetto pubblico e cioè quello che interessa a noi, o dovrebbe interessare a noi se qualcuno ce li raccontasse, e cioè sapere chi ha fatto che cosa e perché. Sapere poi se quello è un reato o no, poco importa. Importa sapere se lo Stato era tutto compatto nel combattere la mafia, se lo Stato aveva una sola strategia per combattere la mafia, se è vero che la mafia e lo Stato si sono sempre contrapposti in questi ultimi vent’anni e se è vero quello che ci veniva raccontato mentre esplodevano le bombe che uccidevano Falcone, la scorta e la moglie, poi Borsellino e la scorta e tanti innocenti cittadini comuni presi per caso dalle bombe di via Palestro a Milano o di via dei Georgofili a Firenze, e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, per non parlare dell’attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo. Se quello che ci veniva detto, e cioè “non abbasseremo la guardia!”, “nessuna pietà” era vero o era solo una declamazione retorica. Qui sembrerebbe che dietro le quinte, mentre lo Stato faceva la faccia feroce davanti alle telecamere, dietro le quinte fosse in realtà affaccendato a trattare con in mafiosi evidentemente perché l’aveva sempre fatto in passo, ed evidentemente perché l’ha sempre fatto in futuro. Ed è interessante quindi questa storia per capire un po’ tutto. Perché se fosse vera l’ipotesi accusatoria – il reato che viene contestato a Mori e a Obinu è piuttosto grave: favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra, in particolare a Provenzano. Qual è questa tesi accusatoria? La tesi accusatoria è che, nel 1992, mentre a Milano esplode Tangentopoli, la Corte di Cassazione conferma le condanne dei mafiosi che Falcone e Borsellino con grande fatica sono riusciti a far condannare nel maxiprocesso nato dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri due pentiti, Contorno e Calderone. La mafia si aspetta che la Cassazione con il solito Carnevale annullerà tutto e rimanderà liberi e belli i boss nelle loro case, e invece Carnevale non presiede il Collegio quella volta, perché è stato istituito una sorta di principio di rotazione, e lo stesso Carnevale ha preferito per opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente. Basta il cambio di un presidente per far sì che quasi tutte le condanne vengano confermate in Cassazione. Per la mafia è uno shock bestiale, la fine della sua impunità storica ed è anche un problema materiale: i boss invece di uscire restano dentro con la prospettiva di non uscire più, o quasi. Anche perché sono piuttosto agees i boss mafiosi quando vengono presi, di solito.     

La strategia delle stragi dopo il maxiprocesso     

      

C’è quindi una reazione della mafia che è per metà una vendetta nei confronti dei referenti politici istituzionali perché evidentemente non hanno mantenuto le promesse o non sono riusciti a mantenere l’immunità, che sempre avevano garantito a Cosa Nostra, e quindi c’è l’eliminazione di Salvo Lima il 12 marzo 1992 a Palermo, c’è l’eliminazione di uno dei due cugini Salvo, Ignazio l’altro, Nino, era già morto per conto suo. E poi c’è l’omicidio Falcone che è un salto di qualità. Non è la vendetta verso un vecchio amico della mafia che ha tradito, ci mancherebbe altro, è semplicemente un attentato preventivo per impedire a Falcone di continuare a fare ciò che stava già facendo. È grazie a Falcone se si era acceso un faro sulla prima sezione penale della Cassazione e sul ruolo di Carnevale e se Carnevale non aveva presieduto quel Collegio al maxiprocesso perché Falcone, dirigente del Ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli, aveva metto sotto il mirino Carnevale, che era considerato da lui, e non solo da lui, il tappo che impediva le condanne definitive ai mafiosi. Viene ucciso Falcone, viene ucciso Borsellino perché? Perché nel frattempo si è avviata una trattativa. Tra chi? Tra l’allora colonnello Mori e il suo collaboratore del momento più fedele, il capitano De Donno, e Vito Ciancimino, un sindaco mafioso di Palermo che in quel momento stava agli arresti domiciliari a Roma, per motivi di salute. Cioè questi due alti ufficiali dei Carabinieri vanno da un noto mafioso, condannato per mafia, e gli chiedono di fare da tramite coi vertici di Cosa Nostra. In quel momento, siamo nel 1992, c’è ancora la diarchia Riina – Provenzano. Ciancimino è più uomo di Provenzano che non di Riina, in ogni caso fa da tramite – i Carabinieri diranno di aver voluto avviare quella trattativa nella speranza di avere un aiuto per arrestare dei latitanti mafiosi e di iniziare in qualche modo le stragi che erano iniziate con quella di Capaci. Il risultato è che Riina capisce esattamente a rovescio, e cioè vede i Carabinieri, lo Stato, col cappello in mano dopo la strage di Capaci, e si felicita per aver avuto quella brillante idea di ricattare lo Stato con una strage dopo l’altra.     

Il patto tra mafia e Stato     

Riina voleva naturalmente non lo scontro con lo Stato, lui voleva punire chi aveva tradito per conto dello Stato gli accordi con Cosa Nostra e voleva fare un nuovo accordo con persone che fossero in grado di rispettarlo. Voleva un nuovo trattato di reciproca non belligeranza, convenienza, convivenza, connivenza. E dato che la classe politica se ne stava praticamente andando con l’indagine di Mani Pulite, bisognava attrarre qualche nuovo soggetto politico in grado di prendersi la responsabilità di fare questo nuovo accordo con la mafia. Per questo Riina mette le bombe, per questo si felicita che siano arrivati subito i Carabinieri col cappello in mano. E allora Riina dice: “perché cedere subito per un piatto di lenticchie? Possiamo rilanciare alzando il tiro con altre stragi e alzando quindi la posta della trattativa, così lo Stato ci darà molto di più”. La trattativa prosegue, parte subito dopo la strage di Capaci, e produce – questo è molto probabile – la strage di via D’Amelio, perché Borsellino è il simbolo vivente del partito della non trattativa. Adesso c’è tutta una polemica nata dalle rivelazioni dei figlio di Ciancimino e ripresa giustamente da Salvatore Borsellino a proposito di un incontro che ci sarebbe stato al Viminale il 2 luglio del 1992 tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno Mancino, dove secondo alcuni avrebbe fatto capolino anche Bruno Contrada e dopo il quale incontro Borsellino sarebbe rientrato agitatissimo nell’interrogatorio che stava facendo con Gaspare Mutolo che guarda caso era uno dei primi pentiti che parlavano di Andreotti, di Contrada e di Carnevale. Agitatissimo perché, così sostiene il figlio di Ciancimino, Borsellino era stato in qualche modo informato al Viminale che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il suo consenso. E immaginate se Borsellino avrebbe acconsentito a trattare con la mafia che il mese precedente gli aveva ammazzato il migliore amico. È evidente che Borsellino diventa l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa e Riina lo intende così tant’è che lo elimina da quella strada, per spianare la strada della trattativa. Dopodiché vengono pianificati gli attentati del ’93 ai monumenti e ai simboli dell’arte, della religione, ai simboli dell’Italia praticamente, ma Riina il 14 gennaio del 1993 viene arrestato dagli stessi uomini del R.O.S. che stanno trattando con Cosa Nostra. E lì succede quel fatto increscioso: il R.O.S. arresta Riina promette che sorveglierà giorno e notte la casa dove Riina era latitante per vedere se arrivavano altri mafiosi, perché i mafiosi non sapevano che era stato scoperto il covo, Riina era stato arrestato lontano da casa, dopodiché ingannando la procura di Caselli, gli uomini del R.O.S. abbandonano il covo, lo lasciano incustodito e lo lasciano perquisire a Cosa Nostra. Che l’abbiano fatto apposta, che non l’abbiano fatto apposta, che si siano dimenticati, che si siano sbagliati, non lo sappiamo. Il processo che si è tenuto fino a due anni fa a Palermo, non ha appurato il dolo, non poteva del resto appurare che Mori e l’allora capitano Ultimo avessero fatto apposta queste omissioni per favorire la mafia, questa era l’accusa, da questa sono stati assolti, ma il processo ha appurato che il covo non è stato sorvegliato e non è stato perquisito e quindi chi lo ha perquisito? Cosa Nostra, capeggiata da chi? Dopo l’arresto di Riina, da Provenzano. C’erano i segreti, le carte della trattativa? C’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo. Sappiamo che lo Stato rinuncia a perquisire il covo di Riina. Cosa succede subito dopo? Succede che due anni dopo c’è la possibilità di prendere Provenzano. C’è la possibilità di prendere Provenzano perché il confidente Ilardo porta praticamente a casa di Provenzano i Carabinieri. Ma, dice il colonnello Riccio che gestisce il confidente Ilardo, il R.O.S. dei Carabinieri Provenzano non lo voleva prendere.
Per chi vuole entrare nel dettaglio di questo processo, non dimenticatevi che alla fine di questo mese, il 30 gennaio, uscirà un piccolo librino che ho curato io, un fascicoletto insieme alla rivista Micromega. Lì troverete tutti i dettagli con le parole, la versione dell’accusa, la versione della difesa e tutto il racconto del colonnello Riccio, che è spaventoso. Le parti più spaventose sono due. La prima è quando Riccio racconta che Ilardo, che nel frattempo stava decidendo di diventare un collaboratore di giustizia, di uscire da quella veste ambigua e rischiosa dell’infiltrato dentro la mafia confidente dei Carabinieri – col rischio di essere ammazzato da un giorno all’altro – e quindi di entrare con la sua famiglia nel programma di protezione dello Stato. Fanno una riunione a Roma per stabilire i termini della sua collaborazione con i magistrati interessati: Caselli, procuratore di Palermo; Tinebra, procuratore di Caltanissetta; il generale Mori, che nel frattempo ha fatto carriera. Ilardo, appena vede Mori, gli va incontro, nemmeno lo saluta, gli dice subito: “guardi, colonnello, che le stragi che abbiamo dovuto fare noi le avete commissionate voi dello Stato. Questo è il concetto. Immaginate un ufficiale dei Carabinieri che ha combattuto il terrorismo, che ha combattuto la mafia, si sente dire da un mafioso che le stragi le ha fatte lo Stato. Che fa? Gli mette le mani addosso, gli dice “ne racconti un’altra, come si permette?”. Che ne so. Il racconto di Riccio è agghiacciante perché sostiene che Mori rimase irrigidito per qualche secondo: silenzio, paralisi, tensione. Poi gira i tacchi e se ne va.     

Il secondo episodio agghiacciante è quello che succede subito dopo quella maledetta riunione che si tiene il 2 maggio del ’96 a Roma nella quale viene deciso che Ilardo diventerà un collaboratore di giustizia. Ilardo torna in Sicilia perché ha chiesto una settimana per avvertire i suoi parenti di quello che sta per succedere, perché dovrà andar via poi per sempre dalla Sicilia, insomma quello che succede con in pentiti e con i testimoni di giustizia. E appena arriva in Sicilia, qualcuno fa sapere a Cosa Nostra che lui in realtà è un mafioso che sta tradendo Cosa Nostra che sta per cominciare a parlare e a mettere a verbale e quindi viene ucciso da un killer di Cosa Nostra a Catania. La collaborazione viene soffocata nella culla. Il giorno prima che lui entrasse nel programma di protezione, la mafia lo elimina perché qualcuno dei pochissimi esponenti delle istituzioni che sapevano del suo imminente pentimento ha fatto la fuga di notizie. Deve essere qualcuno che partecipava a quella riunione a Roma o che ha parlato con qualcuno che aveva partecipato a quella riunione.     

Ilardo quindi muore. Il colonnello Riccio pagherà un prezzo altissimo perché due anni dopo essersi scontrato coi vertici del R.O.S. che non avevano voluto catturare Provenzano viene arrestato a sua volta dal R.O.S., cioè da suoi colleghi, per delle operazioni antidroga a Genova, molto controverse. Secondo alcuni erano delle operazioni brillantissime – la DEA gli aveva anche dato degli encomi solenni (la DEA è l’anti droga americana) – secondo altri erano operazioni disinvolte. Viene arrestato con dei suoi collaboratori per traffico di droga e viene condannato in primo grado a nove anni. Secondo alcuni potrebbe essere una manovra per delegittimare il suo racconto. Perché il colonnello Riccio aveva un’agenda dove aveva segnato tutte le confidenze che Ilardo gli faceva sui rapporti mafia-politica. E gli aveva parlato di Dell’Utri, e gli aveva parlato di Andreotti, e gli aveva parlato di Mannino, e gli aveva parlato di Salvo Andò e gli aveva parlato di altri politici che secondo lui avevano rapporti con la mafia. E gli aveva parlato anche con quel Dolcino Favi che all’epoca era in servizio a Siracusa nella magistratura e che poi arriverà a fare il procuratore generale reggente di Catanzaro e troveremo due anni fa a togliere l’inchiesta ‘Why Not’ dalle mani di De Magistris. Tutte cosa naturalmente da verificare. Resta il fatto che alla vigilia della verbalizzazione delle rivelazioni, Ilardo viene con precisione cronometrica assassinato e quindi quello che ha detto assume una discreta importanza.     

Gente di ‘casa nostra’      

In questo processo, tramite il colonnello Riccio, Ilardo dall’aldilà parla tramite le agende del colonnello Riccio. E il colonnello Riccio conclude i tre giorni, lettura e udienza, dedicati al suo esame, alla sua deposizione ricordando che il generale Mori gli ordinò di non scrivere nei rapporti investigativi nessun nome politico tra quelli fattigli da Ilardo, nemmeno quello di Dell’Utri.
Mori e altri spiegarono al colonnello Riccio che Dell’Utri e Berlusconi stavano facendo le stesse battaglie contro i giudici che interessavano al R.O.S. e che insomma, questa fu l’espressione, ‘Berlusconi e Dell’Utri sono di ‘casa nostra’. Cioè noi dei R.O.S. dei Carabinieri, apparteniamo alla stessa casa di Berlusconi e di Dell’Utri’. Nel processo vedremo se questa mancata cattura di Provenzano è reato, se è stata fatta per favorire la mafia oppure no, già sappiamo, per quello che dice Riccio, che Provenzano poteva essere catturato undici anni prima, quando era ancora un po’ più in carne, un po’ più in forze e soprattutto un po’ più potente, un po’ più importante. Soprattutto sappiamo che di questo processo non si deve parlare. Non si deve parlare perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e mafia. E quello è un tema che non può essere affrontato dall’informazione italiana perché è un tema che riguarda la nascita della Seconda Repubblica. Una Seconda Repubblica che non è purtroppo nata dal sangue della Resistenza, ma è nata dal sangue delle stragi e quindi chi ne parla o chi ne vuole parlare, letteralmente, muore. Passate parola!”     

* Fonte: http://www.beppegrillo.it/  –  http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

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