Mafia, sono 102 gli immobili sequestrati in Sardegna

L’ultimo è una megavilla alla periferia di Villamar. Sono i dati emersi al convegno «Miseria Ladra» che si è etnuto a Cagliari

CAGLIARI. Sono 101 gli immobili sequestrati alla mafia in Sardegna, l’ultimo – il numero 102 – è una megavilla alla periferia di Villamar per la quale il pm Paolo De Angelis pochi giorni fa ha disposto i sigilli e si è ora in attesa della convalida da parte del gip. «Si tratta di una struttura enorme e lussuosa, poco fuori paese, e ci stiamo chiedendo come poterla utilizzare». Lo afferma Giampiero Farru, presidente di Sardegna Solidale al convegno «Miseria Ladra» organizzato da Libera e Gruppo Abele. Nell’Isola i beni sequestrati alla mafia, e in attesa di destinazione, sono soprattutto terreni, case, piccole aziende, barche e macchine.

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il PM Paolo De Angelis

Dalla povertà e precarietà che attanagliano l’Italia sono le mafie a trarre grandi benefici sono ben 54 i clan impegnati in attività di riciclaggio e usura: «Anche il nostro territorio viene colpito dalla crisi e usato in maniera criminale per ottenere profitto a discapito della popolazione e delle generazioni che verranno». Sono 93,5 i crimini che vengono ogni giorno consumati contro l’ambiente, e sono aumentati del 170% negli ultimi tre anni, come denuncia l’ultimo rapporto sulle Ecomafie di Legambiente. «Criminalità organizzata, corruzione e distruzione ambientale si rafforzano a discapito dei diritti, della coesione sociale e della partecipazione dei cittadini, sempre più distanti dalle istituzioni – dice Farru -: Anzi, quando la gente ha perso il lavoro e non lo trova più ed è disperata e legge quello che stiamo leggendo in questi giorni su vitalizi e pensioni che si accumulano, allora il rischio di tensioni e disordini sociali diventa molto alto».
* 14 maggio 2014

Fonte: LaNuovaSardegna.it


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100 giorni per la modifica dello scambio elettorale politico-mafioso

Sostieni la petizione di Libera e Gruppo Abele!
*Clicca il link sottostante per firmare la petizione:
100 giorni per la modifica dello scambio elettorale politico-mafioso

LIBERA - contro le mafie

A tutti i parlamentari

Questa petizione sarà consegnata a:

tutti i parlamentari.

La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi paesi dell’Unione Europea vivono il problema in maniera così acuta (fanno peggio solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un fenomeno dilagante, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali, che danneggia le Istituzioni e la vita quotidiana delle persone.

In questa fase di stallo, la lotta alla corruzione può essere il vero tema d’incontro tra le diverse forze politiche e la società civile, che si è espressa per un forte rinnovamento nella gestione della cosa pubblica.

276 parlamentari di diverso colore politico – eletti tra gli 878 candidati che hanno aderito agli impegni di trasparenza chiesti da Riparte il futuro prima delle elezioni – si sono già detti disposti a potenziare la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso. Un numero incoraggiante (corrisponde al 30% del totale dei parlamentari) ma che può e deve ancora crescere.

Ai neoparlamentari con il braccialetto bianco, simbolo dell’impegno preso, si aggiungono glioltre 150 mila cittadini che in poco più di un mese hanno firmato per ottenere una politica capace di agire con forza contro la corruzione.

Firma anche tu per chiedere che il Parlamento modifichi la legge 416 ter del Codice Penale. E’ necessario cominciare da questa riforma per spezzare il patto deleterio che lega politico corrotto e mafioso corruttore, condizionando scelte strategiche della vita del Paese e vincolando la libertà elettorale. Rendere efficace la legge significa anche prevenire la pratica diffusa del voto di scambio, che trasforma il voto del cittadino in una merce da barattare.

La modifica della 416 ter è il primo passo, simbolico, per dotare l’Italia di un efficace apparato legislativo contro la corruzione in linea con gli standard europei. È una norma che il Parlamento può cambiare facilmente, nei primi 100 giorni della legislatura.

Una buona legge produce una buona cultura.

Firma per far ripartire il futuro dell’Italia.

Dalla Finanza al Lodo Alfano: il dialogo Berlusconi – Lavitola

www.antimafia.tv

Il lodo Alfano e i “fascisti” di Fini, Napolitano che non firma, la corsa alla prescrizione, il generale da promuovere e i soldi per L’Avanti… Ecco l’intercettazione integrale di una telefonata tra Berlusconi e Lavitola:

Il direttore dell’Avanti chiama il premier e gli suggerisce strategie politiche, gli raccomanda il generale Spaziante delle Fiamme Gialle e chiede fondi per il suo giornale
di GIUSEPPE CAPORALE

MARINELLA…  buondì. Ci riesco a parlare un minuto per sta storia del generale?”. Valter Lavitola, pochi giorni dopo il pronunciamento negativo della corte costituzionale sul lodo Alfano – che avrebbe bloccato tutti i processi a carico del premier – chiama Silvio Berlusconi. Sono le otto di mattina di metà ottobre del 2009 e l’umore del presidente del Consiglio è pessimo: “pronto…”. “Presidente come sta…” chiede Lavitola preoccupato. E Berlusconi risponde: “come sto… Ho tutti contro, ed in più c’ho una cosa che pende sulla testa di 750 milioni e dall’altra parte c’ho dei giudici che mi odiano che sono dei criminali del palazzo di giustizia di Milano. Hanno già ricominciato a muoversi con la corte costituzionale che gli ha dato il via libera per tornare alla caccia all’uomo”.

Lodo Alfano. Con la sentenza che ha stabilito l’incostituzionalità del lodo Alfano, i processi e le inchieste sul premier non possono essere sospese e la preoccupazione nella conversazione è palpabile. “Presidente, se mi permette di dire la mia… Prima di tutto tenga presente che chi le vuole bene in questo momento le si stringe ancora di più, e quindi lei può fare la conta meglio delle altre volte… sommessamente poi… sono due giorni che penso a sta cosa notte e giorno… – Lavitola lancia una proposta: che
ci si perde se si presenta di nuovo la norma (il lodo Alfano, ndr) così come sta… senza andare poi a fare una legge costituzionale. Così com’è… con qualche modifica del caso. Si riapprova… a questo punto devono sospendere tutto, rimandando poi al parere della corte costituzionale… nel frattempo ci mettono due tre mesi… ci sono le prescrizioni e sia avvia allo stesso tempo una legge costituzionale. Si ripresenta tale e quale il Lodo Alfano…”.
Berlusconi: “non ho una maggioranza così completa… Non me lo approvano i fascisti. Fini non ci sta…”.
Lavitola: “Fini non ci sta? Lui su questo ci sta… Altrimenti qui rischia di scoppiare tutto… Mica è scemo veramente questo. Mica è scemo?
Berlusconi: “non credo che in parlamento si possa ripresentare la stessa legge…”.
Lavitola: “ma lei non la ripresenta identica con qualche modifica… così si riblocca tutto e nei tre mesi arriva la prescrizione e chi se ne frega…”.
E ancora Lavitola: “questi (i giudici, ndr) stanno sparando alla testa, mica stanno sparando al petto… Fini mica ci può non stare… mica è matto… qua se salta tutto il primo che poi macellano è lui”.
Berlusconi: “ma non ce lo firma il presidente della Repubblica…” e poi “politicamente non è possibile farlo…”.
Lavitola risponde: “tanto politicamente peggio di come stiamo che ci possono fare…”.
“Ci pensiamo…” taglia corto Berlusconi. E a quel punto il faccendiere arriva al motivo della telefonata: “la faccenda del generale“.

Il generale della Gdf. Lavitola: “Senta, le volevo dire io, guardi che di quella questione di cui le venni a parlare, siccome lei mi autorizzò a parlarne con l’interessato… si ricorda la faccenda di quel generale?”
Berlusconi: “sì… sì… che lui si proponeva… no?”.
Lavitola: “Ma non per fare il numero uno… per fare una mediazione e lui fare il numero due. La mediazione la sta facendo il ministro ed è quasi fatta, lei mi autorizzò a parlargliene. Lui mi ha detto che teneva tutto fermo fino a quando lei non si muoveva…”. La frase apre squarci inquietanti. Il generale Spaziante appena due mesi fa è stato ascoltato dalla Procura di Napoli per la vicenda P4 e per le “soffiate” degli alti ufficiali a Lugi Bisignani.

Continua Lavitola parlando del generale in questione: “là si rischia il caso che da persone amiche, amiche, amiche… rischiamo che quanto meno che gli diventiamo antipatici?“.
Berlusconi: “Mmm… allora lo devo…“.
Lavitola: “Lo deve chiamare subito… perché se noi i problemi non li risolviamo alla base…”. Berlusconi: “gli fissiamo un appuntamento…“.
Lavitola: “A breve giro“.
Berlusconi non ricorda il nome del generale: “lui si chiama? Spaziante?“.
Lavitola: “Sì, sì… ha tutto Marinella. Se lei se lo facesse chiamare subito, io sto andando adesso ad un appuntamento. Sto cercando di tenerli per i capelli. Sono tornato ieri dal Brasile“.
Berlusconi: “Va bene
Lavitola: “Ci posso contare dottore…”. Berlusconi:Sì, sì va bene“.

Fondi per l’Avanti. E poi Lavitola chiede aiuto per i fondi per l’editoria (di competenza proprio della presidenza del consiglio dei ministri).
Lavitola: un’ultima cosa… Io ho mandato un appunto a Marinella dove anche sul finanziamento all’editoria Tremonti…. La sa tutta bene Bonaiuti la cosa… Tremonti ha detto che non concede questi soldi che già ci sono per legge… approvata in parlamento… se non ci parla lei… Marinella ha l’appunto…“.
Berlusconi: “E’ solo nei confronti del tuo giornale?“.
Lavitola: “Non è solo nei confronti del mio giornale… il mio giornale ovviamente salta… ma c’è anche Libero… ma ci sono anche gli altri giornali che pigliano il finanziamento pubblico… anche quelli della sinistra”.
Berlusconi: “va bene…“.
Lavitola: “Marinella ha l’appunto. Se ci parla lei… Tenga presente che vanno disoccupati altri tremila giornalisti. In questo momento questo (Tremonti, ndr) fa un disastro“.
Berlusconi: “va bene, va bene…“.
Lavitola: “dottore ci pensa a quella storia della legge sul Lodo (Alfano, ndr)“.
Berlusconi: “sì, sì… va bene!“.
Lavitola: “un bacione, stia su“.
Berlusconi: “Grazie, grazie mille…“.
Lavitola: “stia su, stia su dottore…“.
Berlusconi: “ciao“.

(16 settembre 2011)

Fonte: tv.repubblica.it

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Salvatore di Landro “Non mi sono mai piegato e non arretro di un millimetro”

Antimafia TV

Bomb blast hits southern Italian magistrate's house in Reggio Calabria

(26 Agosto 2010)
Parla il pg di Reggio Calabria, obiettivo dell’esplosione della scorsa notte
quando la ‘ndrangheta ha piazzato una bomba sotto il portone della sua abitazione.

Chi conosce da molto tempo Salvatore Di Landro, lo descrive come un uomo “che dice le cose come stanno, senza tanti giri di parole”. E infatti nel 2009, ascoltato dalla Prima commissione del Csm, il procuratore generale di Reggio Calabria ha parlato anche dei contrasti con il sostituto Francesco Neri rispetto alla conduzione di processi contro la ‘ndrangheta. Il collega è poi stato trasferito dal Consiglio alla corte d’Appello di Roma.

Quando chiamiamo Di Landro al telefono, ascoltiamo un magistrato che non vuole retrocedere di un passo – “quello che mi ha sempre mosso è il senso del dovere” – ma anche quasi disilluso, che ha dei dubbi sulla volontà dello Stato di sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata: “Ci diciamo le stesse cosa da vent’anni, da quando è stato ammazzato il giudice Scoppeliti, e ancora nulla è cambiato. O si capisce che la ‘ndrangheta è la mafia più potente e si fa una lotta costante, non sull’onda emozionale, o non ci saranno risultati definitivi. Ora ricevo telefonate di solidarietà, ma tra una decina di giorni tutto tornerà come prima. O si vuole davvero sradicare il fenomeno o succederà quanto è già accaduto: una parte di noi si impegnerà e magari qualcuno morirà, come nel passato”. Non avete nemmeno macchine blindate sufficienti e soldi per il carburante….È così. Non solo ci vogliono riforme sul piano normativo, ma ci vogliono anche i mezzi. Se le macchine non bastano per tutti, se abbiamo problemi con la benzina e dobbiamo fare debiti, allora le cose non vanno bene”. Quando il 3 gennaio scorso un ordigno è esploso davanti al cancello della procura generale, Di Landro cercò di minimizzare, ma dopo l’esplosione davanti al portone di casa sua, l’altra notte, esclama: “Anche io sono portato a domandarmi da cosa nasca la personalizzazione contro di me. Penso che l’attenzione della ‘ndrangheta invece di scemare è salita perché non ho ceduto di un millimetro. Le cosche pensavano di intimorirci, invece noi siamo andati avanti”. E il 7 giugno lo stesso pg ha avuto un altro attentato che poteva costare la vita non solo a lui. Sono stati allentati i bulloni delle ruote della macchina blindata:Poteva essere una strage perché di solito il mio autista va a 150 all’ora in autostrada. Per fortuna quel giorno eravamo in città e quando abbiamo sentito un rumore strano eravamo quasi fermi”.
Ma perché la ’ndrangheta ce l’ha tanto con lei?Sono andato dritto per la mia strada. In appello ci sono i processi contro le cosche della locride, del reggino e si possono fare in vari modi. Un sostituto si può alzare e in un minuto chiedere la conferma delle condanne. Oppure le motiva per ore con professionalità e passione. Se si lavora bene, come stiamo facendo, la risposta contro la ’ndrangheta non può che essere severa”. Quindi prima non era così…. Il Procuratore generale si schernisce di fronte a questa osservazione, ma fa capire: “Indubbiamente negli ultimi anni la risposta giudiziaria è cambiata, io ho fatto evidentemente qualcosa di molto più forte, che non è piaciuto, se hanno risposto in modo così becero”. Di Landro però non si piega: “Vogliamo fare, o per lo meno io voglio fare, soltanto il mio dovere. Certamente la magistratura è molto coesa, soprattutto questa magistratura giovane che caratterizza in termini largamente positivi tutto il distretto. Questo significa, ovviamente, che i risultati incidono sulla ‘ndrangheta che risponde in questo modo”.
Ma perché la sua casa non era protetta?Cercavo di fare una vita il più possibile ordinaria. Credevo che fosse una forma di difesa. Invece… Non siamo in un Paese civile. Mi dispiace dirlo da calabrese, ma siamo arrivati a un livello di scontro tribale. Non si doveva arrivare a questo punto dove i problemi vengono risolti con la bomba”.

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Fonte articolo: www.ilfattoquotidiano.it

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Caccia a Roberto Saviano

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Lo scrittore: la Lega disattenta sull’ndrangheta al Nord. Il Carroccio insorge:”Antimafioso a pagamento”
Due milioni e mezzo di copie dopo, nulla è illuminato. Una vita a metà, gli spostamenti segreti, la cattività per difendersi dalla cattiveria. Tutto in un’intervista per raccontarsi e trasmettere a chi saprà capire, cosa significhi essere Roberto Saviano. Vanity Fair, archiviato il grottesco esperimento di Max (lo scrittore morto sul lettino di un obitorio) gli dedica la copertina senza giochi di prestigio. E lui risponde, descrivendo l’allegria perduta, l’inatteso successo, il rimpianto ingabbiato in un meccanismo irreversibile.

Non posso più incontrare mio fratello all’aria aperta perché non si sappia che faccia abbia. Gomorra, la sua famiglia e un giovane Icaro con la penna che spicca il volo e poi, precipita, confessando la stanchezza per un’identificazione assoluta che superato il confine, non permette più sdoppiamenti. E’ un libro che non rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se le dicessi che lo amo. Perchè mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore. A centomila copie ero felicissimo, mi pubblicano importanti case editrici straniere e mia madre dice che in quei giorni sembrava che volassi, ma io non mi ricordo niente. Volevo comprare con mio fratello una moto, lo sognavamo da tempo. Poi arrivano la scorta, le minacce. Io volevo essere quello di prima. Mi è scoppiato tutto in mano. E tra le dita, pare di capire, sono scivolate soprattutto le naturali inclinazioni di un ragazzo di quell’età. La libertà, tra una conferenza e l’altra è un vetro fumè, un’auto blindata, lo stillicidio quotidiano di accuse e controaccuse, servizio che storicamente il Paese ama offrire a chi senza preavviso, ottiene riconoscimenti e attenzione facendo un giro dalle parti della verità.

Più in là, un complicato rapporto di equilibrio non risolto, criticato e fitto di dubbi e tormenti con Mondadori, la casa editrice del Premier e presieduta da sua figlia Marina: “Resterò in Mondadori e Einaudi fino a quando le condizioni di libertà saranno garantite fino in fondo, anche per non lasciare alla proprietà di decidere i libri e le prospettive culturali di una casa editrice che ha una storia gloriosa. E’ ovvio che dopo l’attacco di Marina Berlusconi per me molto è cambiato. Devo valutare molti fattori: quanto la proprietà incide sulle scelte, quanto permetterà ancora che ci sia libertà e su alcuni libri si possa continuare a puntare. Marina Berlusconi dice che non si dovrebbero più scrivere libri ‘che danno quest’immagine dell’Italia’. Allora, forse, non ha letto Gomorra. Lì ci sono storie di resistenza, soprattutto. Se stiamo zitti, diamo una cattiva immagine del Paese. Un giorno mi piacerebbe spiegarle che raccontare del potere criminale ha significato dire al mondo che non siamo un Paese di omertosi. E che il miglior apporto che si possa dare a un Paese è quello di non nascondere i propri problemi”.

Con replica di Marina B. che dice di aver letto Gomorra, apprezzandolo: Saviano riapre a sorpresa una polemica sopita tirandomi in ballo. La mia famiglia controlla la principale casa editrice italiana da vent’anni, e, anche se Saviano evoca inesistenti quanto impossibili contrapposizioni tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, e’ esattamente quello che abbiamo sempre voluto che fosse: e’ la migliore e la piu’ concreta dimostrazione di come noi Berlusconi intendiamo e interpretiamo il mestiere dell’editore.

Oltre la querelle editoriale, l’intervista libera anche Il disprezzo denigratorio della politica. A scatenare il risentimento, la valutazione di Saviano sullo iato tra intenzione e azione: La Lega ci ha sempre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia racconta una realta’ diversa, per giungere poi alla conseguenza logica: Dov’era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde? Roberto Castelli, spalleggiato da Borghezio, brucia tutti. Il vice ministro ai Trasporti dopo essersi lodevolmente diviso nell’ultimo ventennio tra tentativi di espulsione dei giornalisti sgraditi dal ristorante della Camera (Frasca Polara dell’Unità), difesa del turpiloquio del suo capo e giuramenti alla bandiera, non usa perifrasi: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti”. Per poi proseguire ammantando di gloria l’epopea leghista, tra le battaglie contro i clan della ‘ndrangheta a Lecco (dove recentemente, da candidato sindaco, Castelli ha constatato il deciso rifiuto del suo popolo a eleggerlo) e insistendo sul dato economico: “Non ci siamo limitati a scrivere quattro cose e a partecipare a quattro conferenze. Né siamo diventati ricchi per questo. Abbiamo corso solo rischi. Infine un invito: vediamo che continua a fare pubblicità al suo libro. La smetta, perché gli antimafia a pagamento sono sempre meno credibili”.

Di qui, a cascata, la difesa di De Magistris dell’Idv: La Lega in Parlamento mai ha fatto e farà mancare il voto a provvedimenti criminogeni come processo breve, ddl intercettazioni, revisione delle norme sui pentiti. Mentre il ministro Maroni ha introdotto la possibilità di vendere all’asta i beni confiscati alle mafie assestando, anche dal punto di vista simbolico, un colpo mortale alla lotta contro il crimine organizzato e di Veltroni:Attacchi vergognosi. Ammesso che qualcuno, in questa distratta alba agostana, si vergogni veramente.

(Fonte articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/ )

Paolo Borsellino, 19 luglio 1992: una strage di stato

http://www.antimafia.tv/

Sono trascorsi 18 anni da quel 19 luglio del 1992.

Per ricordare sempre Paolo Borsellino e i sui Amici: gli Uomini della Scorta.
Il 19 luglio 1992, 57 giorni dopo Capaci, Paolo Borsellino fu ucciso insieme agli agenti della sua
scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
E’ “una strage di stato” ancora inpunita, con troppi misteri e prove nascoste.
Ma sono tantissime le persone che vogliono essere presenti, per lottare e debellare la mafia in
ogni sua forma. E’ un Virus non sanabile perchè perfetto nei suoi ideali: debellare le mafie.
Tanti, tantissimi Virus che si propagano per l’Italia e per il mondo.
Le operazioni di polizia contro la mafia nelle ultime 48 ore, dimostrano come il Virus dell’onestà non si può fermare.

* Facebook “Antimafia


Maxi blitz contro la ‘ndrangheta: 304 persone arrestate in tutta Italia

le accuse: traffico di armi e stupefacenti, omicidio, estorsione, usura.

Maxi blitz contro la ‘ndrangheta: 304 persone arrestate in tutta Italia

Fermi in Calabria ma anche in alcune località del Nord: diversi anche gli arresti «eccellenti»

MILANO – Un duro colpo alla mafia più difficile da infiltare da parte degli investigatori. Maxi blitz di carabinieri e polizia contro la ‘ndrangheta: 304 sono state arrestate in diverse parti d’Italia per vari reati, tra i quali il tentativo di infiltrarsi negli appalti per l’Expo 2015 a Milano, come d’altronde era già emerso da più di un anno. Si tratta della più imponente operazione di questo tipo degli ultimi anni.

L’OPERAZIONE – Nell’operazione sono stati impegnati 3.000 uomini dei carabinieri e della polizia di Stato. Gli arresti sono avvenuti in Calabria e in diverse località dell’Italia settentrionale. Le accuse vanno dall’associazione di tipo mafioso al traffico di armi e stupefacenti, dall’omicidio all’ estorsione, dall’usura ad altri gravi reati. Gli inquirenti calabresi e lombardi, al lavoro da tempo su questa inchiesta, hanno indagato in particolare sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel nord Italia, sia nelle attività produttive e commerciali, sia nel mondo politico e amministrativo locale. Oltre agli arresti, il blitz delle forze dell’ordine avrebbe portato anche al sequestro di denaro, armi e droga oltre che a «beni mobili e immobili per decine di milioni di euro».


Gli arresti riferiscono gli investigatori, scaturiscono da «complesse indagini coordinate dalle procure distrettuali antimafia di Milano e Reggio Calabria»: indagini che «hanno consentito di documentare la gestione delle attività illecite in Calabria e le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel nord Italia, dove stava estendendo i propri interessi illeciti in diversi settori economici». Tra gli arrestati c’è anche Domenico Oppedisano, 80 anni, considerato dagli investigatori l’attuale numero uno delle cosche calabresi. La sua nomina a “capocrimine” – cioè colui che è al vertice dell’organismo che comanda su tutte le ‘ndrine ed è denominato Provincia – sarebbe stata decisa il 19 agosto del 2009 nel corso del matrimonio tra Elisa Pelle e Giuseppe Barbaro, entrambi figli di boss.

Carlo Antonio Chiriaco
Carlo Antonio Chiriaco

ARRESTI IN LOMBARDIA – Diversi i fermi eseguiti dalla direzione investigativa antimafia del capoluogo lombardo, coordinata dai pm Ilda Boccassini, Alessandra Dolci e Paolo Storari, che ha arrestato Carlo Antonio Chiriaco, nato a Reggio Calabria, direttore sanitario dell’Asl di Pavia, Francesco Bertucca, imprenditore edile del pavese e Rocco Coluccio, biologo e imprenditore residente a Novara. Nell’inchiesta sono indagati anche l’assessore comunale di Pavia Pietro Trivi (per corruzione elettorale) e l’ex assessore provinciale milanese dell’Udeur Antonio Oliviero (per corruzione e bancarotta). Tra gli indagati anche quattro carabinieri di Rho (Milano), uno dei quali per concorso esterno in associazione mafiosa. La ‘ndrangheta stava tentando di mettere le mani sugli appalti per l’Expo 2015 a Milano.

RISVOLTI POLITICI – Arrestato anche Pino Neri, il capo della ‘ndrangheta in Lombardia. Neri è accusato, tra l’altro anche di avere convogliato voti elettorali su indicazione di Chiriaco. Neri, ritenuto il capo assoluto della mafia calabrese in Lombardia, avrebbe indirizzato, su indicazione di Chiriaco, voti a favore del deputato del Pdl Giancarlo Abelli, che risulta però estraneo ai fatti e non è indagato.

IL VOLTO DELLA ‘NDRANGHETA – Ma l’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale antimafia di Milano e Reggio Calabria, che ha visto coinvolte tutte le famiglie reggine della ’ndrangheta, (nella sola provincia di Reggio Calabria sono stati arrestate 120 persone), è servita agli inquirenti anche a disegnare il nuovo volto dell’organizzazione mafiosa di origine calabrese. L’operazione ha colpito infatti le più importanti e potenti famiglie della ‘ndrangheta delle province di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone, oltre alle loro proiezioni extraregionali ed estere. Di fatto sono state «destrutturate», dicono gli inquirenti, le cosche egemoni nel capoluogo reggino, nella fascia ionica ed in quella tirrenica, tra cui i Pelle di San Luca, i Commisso di Siderno, gli Acquino-Coluccio ed i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Pesce-Bellocco e gli Oppedisano di Rosarno, gli Alvaro di Sinopoli, i Longo di Polistena, gli Iamonte di Melito Porto Salvo. Le cosche secondo le nuove intercettazioni e le nuove indagini svolte dagli uomini dell’Arma, sono organizzate a livello verticistico un po’ come la mafia siciliana. C’è quindi un capo assoluto di questa «commissione che è stato arrestato dai carabinieri di Reggio Calabria e sotto di lui ci sono i capi mandamento ed i capi locali. Ma quello che emerge ancora una volta è che la ’ndrangheta cosidetta di periferia, quindi quella che non vive in provincia di Reggio Calabria, ma a Milano, Torino , in Canada o in Australia, dipende in tutto e per tutto dalla commissione provinciale reggina. Per capire meglio basti guardare a Carmelo Novella, ucciso il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona; la sua condanna a morte l’avrebbe firmata da solo, andava dicendo in giro che: “la Lombardia”, e cioè tutti i gruppi di ’ndrangheta trapiantati al Nord, avrebbero potuto fare da soli, senza la casa madre calabrese. La commissione ha deciso di farlo fuori senza problemi, nominando anche il suo successore alla guida dei traffici illeciti lombardi.

MARONI – Congratulazioni per l’operazione al capo della Polizia, Antonio Manganelli e al comandante generale dell’Arma, Leonardo Gallitelli sono state espresse dal ministro dell’Interno Roberto Maroni: «Si tratta in assoluto della più importante operazione contro la ‘ndrangheta degli ultimi anni, che oggi viene colpita al cuore del suo sistema criminale sia sotto l’aspetto organizzativo che quello patrimoniale. Gli eccellenti risultati conseguiti in questi ultimi mesi contro la mafia – prosegue Maroni – sono il frutto di una costante ed efficace opera di coordinamento tra le Forze di polizia e la magistratura, tutte impegnate in modo straordinario nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata».

(Fonte articolo: http://www.corriere.it )

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