Dalla Finanza al Lodo Alfano: il dialogo Berlusconi – Lavitola

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Il lodo Alfano e i “fascisti” di Fini, Napolitano che non firma, la corsa alla prescrizione, il generale da promuovere e i soldi per L’Avanti… Ecco l’intercettazione integrale di una telefonata tra Berlusconi e Lavitola:

Il direttore dell’Avanti chiama il premier e gli suggerisce strategie politiche, gli raccomanda il generale Spaziante delle Fiamme Gialle e chiede fondi per il suo giornale
di GIUSEPPE CAPORALE

MARINELLA…  buondì. Ci riesco a parlare un minuto per sta storia del generale?”. Valter Lavitola, pochi giorni dopo il pronunciamento negativo della corte costituzionale sul lodo Alfano – che avrebbe bloccato tutti i processi a carico del premier – chiama Silvio Berlusconi. Sono le otto di mattina di metà ottobre del 2009 e l’umore del presidente del Consiglio è pessimo: “pronto…”. “Presidente come sta…” chiede Lavitola preoccupato. E Berlusconi risponde: “come sto… Ho tutti contro, ed in più c’ho una cosa che pende sulla testa di 750 milioni e dall’altra parte c’ho dei giudici che mi odiano che sono dei criminali del palazzo di giustizia di Milano. Hanno già ricominciato a muoversi con la corte costituzionale che gli ha dato il via libera per tornare alla caccia all’uomo”.

Lodo Alfano. Con la sentenza che ha stabilito l’incostituzionalità del lodo Alfano, i processi e le inchieste sul premier non possono essere sospese e la preoccupazione nella conversazione è palpabile. “Presidente, se mi permette di dire la mia… Prima di tutto tenga presente che chi le vuole bene in questo momento le si stringe ancora di più, e quindi lei può fare la conta meglio delle altre volte… sommessamente poi… sono due giorni che penso a sta cosa notte e giorno… – Lavitola lancia una proposta: che
ci si perde se si presenta di nuovo la norma (il lodo Alfano, ndr) così come sta… senza andare poi a fare una legge costituzionale. Così com’è… con qualche modifica del caso. Si riapprova… a questo punto devono sospendere tutto, rimandando poi al parere della corte costituzionale… nel frattempo ci mettono due tre mesi… ci sono le prescrizioni e sia avvia allo stesso tempo una legge costituzionale. Si ripresenta tale e quale il Lodo Alfano…”.
Berlusconi: “non ho una maggioranza così completa… Non me lo approvano i fascisti. Fini non ci sta…”.
Lavitola: “Fini non ci sta? Lui su questo ci sta… Altrimenti qui rischia di scoppiare tutto… Mica è scemo veramente questo. Mica è scemo?
Berlusconi: “non credo che in parlamento si possa ripresentare la stessa legge…”.
Lavitola: “ma lei non la ripresenta identica con qualche modifica… così si riblocca tutto e nei tre mesi arriva la prescrizione e chi se ne frega…”.
E ancora Lavitola: “questi (i giudici, ndr) stanno sparando alla testa, mica stanno sparando al petto… Fini mica ci può non stare… mica è matto… qua se salta tutto il primo che poi macellano è lui”.
Berlusconi: “ma non ce lo firma il presidente della Repubblica…” e poi “politicamente non è possibile farlo…”.
Lavitola risponde: “tanto politicamente peggio di come stiamo che ci possono fare…”.
“Ci pensiamo…” taglia corto Berlusconi. E a quel punto il faccendiere arriva al motivo della telefonata: “la faccenda del generale“.

Il generale della Gdf. Lavitola: “Senta, le volevo dire io, guardi che di quella questione di cui le venni a parlare, siccome lei mi autorizzò a parlarne con l’interessato… si ricorda la faccenda di quel generale?”
Berlusconi: “sì… sì… che lui si proponeva… no?”.
Lavitola: “Ma non per fare il numero uno… per fare una mediazione e lui fare il numero due. La mediazione la sta facendo il ministro ed è quasi fatta, lei mi autorizzò a parlargliene. Lui mi ha detto che teneva tutto fermo fino a quando lei non si muoveva…”. La frase apre squarci inquietanti. Il generale Spaziante appena due mesi fa è stato ascoltato dalla Procura di Napoli per la vicenda P4 e per le “soffiate” degli alti ufficiali a Lugi Bisignani.

Continua Lavitola parlando del generale in questione: “là si rischia il caso che da persone amiche, amiche, amiche… rischiamo che quanto meno che gli diventiamo antipatici?“.
Berlusconi: “Mmm… allora lo devo…“.
Lavitola: “Lo deve chiamare subito… perché se noi i problemi non li risolviamo alla base…”. Berlusconi: “gli fissiamo un appuntamento…“.
Lavitola: “A breve giro“.
Berlusconi non ricorda il nome del generale: “lui si chiama? Spaziante?“.
Lavitola: “Sì, sì… ha tutto Marinella. Se lei se lo facesse chiamare subito, io sto andando adesso ad un appuntamento. Sto cercando di tenerli per i capelli. Sono tornato ieri dal Brasile“.
Berlusconi: “Va bene
Lavitola: “Ci posso contare dottore…”. Berlusconi:Sì, sì va bene“.

Fondi per l’Avanti. E poi Lavitola chiede aiuto per i fondi per l’editoria (di competenza proprio della presidenza del consiglio dei ministri).
Lavitola: un’ultima cosa… Io ho mandato un appunto a Marinella dove anche sul finanziamento all’editoria Tremonti…. La sa tutta bene Bonaiuti la cosa… Tremonti ha detto che non concede questi soldi che già ci sono per legge… approvata in parlamento… se non ci parla lei… Marinella ha l’appunto…“.
Berlusconi: “E’ solo nei confronti del tuo giornale?“.
Lavitola: “Non è solo nei confronti del mio giornale… il mio giornale ovviamente salta… ma c’è anche Libero… ma ci sono anche gli altri giornali che pigliano il finanziamento pubblico… anche quelli della sinistra”.
Berlusconi: “va bene…“.
Lavitola: “Marinella ha l’appunto. Se ci parla lei… Tenga presente che vanno disoccupati altri tremila giornalisti. In questo momento questo (Tremonti, ndr) fa un disastro“.
Berlusconi: “va bene, va bene…“.
Lavitola: “dottore ci pensa a quella storia della legge sul Lodo (Alfano, ndr)“.
Berlusconi: “sì, sì… va bene!“.
Lavitola: “un bacione, stia su“.
Berlusconi: “Grazie, grazie mille…“.
Lavitola: “stia su, stia su dottore…“.
Berlusconi: “ciao“.

(16 settembre 2011)

Fonte: tv.repubblica.it

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1000 agenti per l’operazione “Cian Liu” contro la mafia cinese

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Gli agenti della Guardia di Finanza in collaborazione con DIA ha eseguito oggi una maxi operazione contro la criminalità organizzata cinese in Italia. Ed i numeri dell’Operazione CIAN LIU, ovvero “FIUME DI DENARO”, parlano chiaro: 24 arresti per associazione mafiosa (cinesi ed italiani), suquestri per 73 aziende, 181 immobili e 166 auto di lusso. Sono otto le regioni coinvolte: Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Sicilia e 2,7 miliardi di euro riciclati negli ultimi quattro anni…

Il fulcro dell’infiltrazione in Italia era quell’asse tra Firenze e Prato più volte indicato ed ora finalmente colpito. Ed è proprio nella zona di Prato dove negli ultimi giorni sono stati molteplici gli episodi di sangue. Un imprenditore di origine cinesi colpito mortalmente alla testa da due killer a volto coperto, mentre altre due vittime sono cadute sotto i colpi di machete in una tavola calda di via Strozzi. Ed ancora aggressioni molteplici, in un contesto di omertà assoluta.

Ed è lì che la mafia cinese è passata dalla contraffazione al radicamento nell’economia, con una manodopera a bassissimo costo che permette di sbaragliare la concorrenza con prodotti vendibili a prezzi stracciati. Ed è così che a Prato ogni giorno 4 aziende cinesi aprono mentre due chiudono ed il giro d’affari si consolida. Ce lo dice un dato: in piena crisi, nel 2009, mentre in Italia le aziende chiudono, quelle cinesi nel distretto di Prato sono aumentate del 13% e le importazioni di tessuti dalla Cina hanno visto un incremento del 20%.

Il magistrato che ha coordinato l’inchiesta, Pietro Sucan ha sintetizzato: “un fiume di denaro fra Italia e Cina e un fiume di clandestini dalla Cina all’Italia, in una palude di convivenze, omissioni e interessi illeciti, non solo di cinesi, ma anche con la complicità interessata di diversi italiani”.

Ed alla fine di una lunga indagine ecco il quadro al centro dell’Operazione di oggi.

Nel 2006 l’organizzazione cinese acquisiva una partecipazione di una società di “money transfert” (con sede legale a Bologna ed agenzie in tutto il Paese). L’Italia è al secondo posto a livello mondiale, seconda solo agli Stati Uniti, per il trasferimento di denaro attraverso i “money transfert” e, per restare ai movimenti verso la Cina, si è passati da 83 milioni di euro dal 2005 a 596 milioni nel 2006 ed a 1.800 milioni di euro nel 2010. Grazie alla regolamentazione del settore varata con il Pacchetto Sicurezza nel 2009 si sono potuti attivare non solo i controlli su quanti effettuavano trasferimenti pur in assenza del permesso di soggiorno, ma anche per i movimenti effettuati con generalità false o di persone ignare. Attraverso le filiali di Prato, Sesto Fiorentino, Empoli, Milano, Roma, Napoli, infatti venivano riciclati o soldi frutto delle attività illegali svolte dalle numerossime imprese cinesi disseminate nelle province di Firenze e Prato.

Ma la mafia cinese non si limitava a trasferire i capitali illeciti verso la Cina con il “money transert”, bensì aveva imparato benissimo l’arte del riciclaggio, anche al fine di sfuggire alle restrizioni inserite per tali movimentini nel 2009 con il Pacchetto Sicurezza. Ha quindi iniziato a servirsi del passaggio attraverso i paradisi fiscali. Infatti i capitali da riciclare hanno iniziato con il passare dalla “porta” di San Marino. La Guardia di Finanza ha infatti identificato un cittadino cinese che aveva contatti con una società finanziaria-fiducuaria con sede centrale e legale a San Marino e sportelli a Forlì, Bologna e Milano, oltre che in Europa (Lugano, Montecarlo, Lussemburgo e Londra). E’ attraverso questa società che il cinese, dopo aver raccolto i fondi dai connazionali nella zona di Sesto Fiorentino, procedeva ad inviarli in Cina. Incassati i soldi venivano portati in auto presso la sede della società a San Marino. Il cinese riceveva un compenso di 40 euro ogni 10mila trasportati ed ogni viaggio avveniva con circa 50mila euro, ed in un caso è stato accertato un trasporto di 200mila euro in contanti.

Ecco che quindi appare di evidenza assoluta l’estremo potere economico della mafia cinese su ampia parte del territorio italiano, una realtà che le ipocrisie nostrane si ostinano a non voler vedere ed affrontare, mentre divora il tessuto commerciale, annienta il settore tessile “legale”, con schiere di schivi (anche minorenni) sfruttati in capannoni senza possibilità di fuga. Una mafia chiusa, impenetrabile, capace di gestire un flusso costante di immigrazione clandestina di esseri umani destinati ai laboratori ma anche allo sfruttamento della prostituzione.
Quando la società e le pubbliche amministrazioni si renderanno conto della portata di questa organizzazione, su cui magistrati e reparti investigativi continuano a mettere in guardia, restando praticamente inascoltati, rischiamo che sia troppo tardi.

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